«Ridete di me?» si lagnò Zelda, inzaccherata, mentre cercava di mettere al riparo almeno le sue preziose pergamene. In pochi passi per la prima via era stata tirata, spintonata, era ruzzolata su tre bancarelle del mercato e si era beccata una porta in faccia. Rinculando, aveva incocciato contro qualcuno e Splash! dritta nel fango.

«Solo un pochino» si scusò la ragazza, con un sorrisino. L’aiutò a rialzarsi, anche se continuava a ridacchiare. «Nuova del posto?»

«Da che si capisce?» La bella piuma di fagiano gocciolava guazza e pendeva triste verso il naso. L’altra donna era all’asciutto e si sporgeva in avanti come se guardasse un cucciolo sbucato da chissà dove. Zelda l’osservò meglio.

Stessa età, ma capelli lunghi e sciolti, un sorrisino furbo e una tunica candida su cui neppure una macchiolina si era posata.

«Da che te ne vai col naso all’insù e non guardi in giù.»

«Guardare all’ingiù?» Zelda si fissò la punta dei piedi… e comprese.

La Città dei Cento Profili era portentosa, d’accordo: palazzi d’alabastro, torri campanarie, rondoni e il fiume dolce che divideva… sì, certo, ma era a terra che si doveva badare. Frotte di servitori e lacchè in toni sgargianti zigzagavano per le strade strillando, berciando, sgomitando. Non erano più alti di un filone di pane e tenevano tra le mani pacchetti e involti di ogni forma e dimensione. Taluni erano così carichi da sbandare di qua e di là e le pile ondeggiavano con loro. Un tipetto in giallo e viola scansò Zelda schizzando fango nel fango e si dileguò cantando una fanfara.

«Poffare! E questi bimbetti chi sono?» esclamò Zelda saltando di lato mentre un altro servitore le tagliava la strada.

«Non sono bimbetti. Sono creature. Noi le chiamiamo Trombette.» Una Trombetta passò zufolando una marcetta. «Portano messaggi in giro per la città, ma soprattutto… avvertono del loro arrivo. Eccone un’altra!» Si sentì strillare e la ragazza si tappò le orecchie, ma Zelda non vide nessuno. «Fuori di lì, mascalzone!» La tunica frusciò e da sotto sbucò il polsino rosso e blu di uno di quei bassi corrieri.

«Un messaggio? Per me? Vediamo che dice.» La ragazza afferrò la pergamena e la srotolò socchiudendo gli occhi. «Tutto qui? E il tuo compare?» Si guardò intorno con disappunto, Zelda con lei, e da un angolo in ombra sbucò un servitore in livrea color notte. Zampettò verso di loro, circospetto, e porse un altro bigliettino tremando tutto.

«Volevi tenermi nascoste le informazioni, eh? Così va meglio. Ora, via!» I due si defilarono passando tra le gambe di Zelda, che li guardò dileguarsi. «Bisogna stare attenti, le Trombette vanno sempre a braccetto con quegli altri, i Messaggeri d’Ombra. Non dicono mai tutto! E poi spifferano al primo arrivato.» La ragazza palleggiò lo sguardo tra i due messaggi e fissò il menestrello. «Allora, da dove vieni?»

Zelda si pettinò i ciuffi che sbucavano da sotto il basco e si prodigò nel suo miglior inchino. «Io sono Zelda de’ Calamai, menestrello errante del regno di Alta Melodia!»

«Ah! È quel regno di visionari e sognatori, vero?»

«Mi fregio, appunto, di essere tale!»

«Guarda che non è un complimento.» Buttò i messaggi a terra e subito un altro Messaggero d’Ombra li raccattò e filò via sghignazzando. «E così, eccone un’altra che vuol aver successo.»

«Veramente cerco la Canzone Segreta. E dicono che questo sia il luogo migliore…»

«Sì, sì. Come ti pare. Ma ti dico, sta’ attenta! Qui è un attimo a venir risucchiati!»

«Risuc… chiati?» A Zelda si arricciarono le punte dei calzari.

La ragazza tese un braccio verso la più vicina taverna, il Carosello Infinito. C’era aria di baccanale e avventori e avventrici ridevano, cantavano e ogni volta che una Trombetta infilava la porta, veniva catapultata fuori dalla finestra, che poi veniva sprangata.

«Sono tutti quelli che hanno perso la direzione: sono venuti in città con uno scopo ben preciso, ma poi si sono lasciati tentare e adesso vivono soltanto delle creazioni altrui.» Si mise una mano dietro all’orecchio e anche Zelda prestò ascolto. Dal Carosello Infinito proveniva un’allegra taranta. Terminava e ricominciava e di tanto in tanto un’altra Trombetta veniva sbattuta fuori o un nuovo cantore veniva trascinato dentro.

«Gozzovigliano e perdono tempo. Sono i ScrollaStorie.»

«Cantastorie! Proprio come me!»

«ScrollaStorie, non confonderti. E c’è dell’altro.» La ragazza puntò il dito verso la via. Un paio di passanti rincorrevano le Trombette, che saltellavano tenendo stretti i loro pacchetti al petto e strillavano: «Non è per te! Per la miseria, non è per te!» ma sempre venivano abbattute, derubate e si mettevano a frignare. Zelda sentì i timpani fracassarsi e si tappò le orecchie con il basco.

«I Famelici di Fama. Vogliono tutto e subito e non badano a nient’altro» disse l’altra con un lamento. «Quanto spreco! Puoi uscire, ora.»

«Io?»

«Lui.»

«Lui… chi?» Sentì i rotoli di pergamena frusciare l’uno contro l’altro.

Non se ne era accorta, ma un minuscolo esserino in cappuccio nero le si era ficcato in bisaccia. Ne sbucò fuori tutto contrito e la ragazza batté un piede a terra. «Ridaglieli.»

Quello si corrucciò e porse un pezzettino di pergamena. Zelda vi riconobbe il verso di una vecchia ballata scritta in un altro regno. Era certa di averla messa al sicuro.

«Tutti quanti.»

Ancora più corrucciato, il ladruncolo porse un mazzetto di bigliettini e a un cenno della ragazza aprì i palmi delle mani. Non aveva rubato nient’altro.

Lei scosse la testa e si incamminò. Zelda le zampettò dietro, tutta curva e con la bisaccia stretta al petto. Guardava di qua e di là e i palazzi non erano più così scintillanti né sembrava festoso il rintocco delle campane.

«Devi stare attenta ai borseggiatori del Mercato delle Idee» continuò la sua nuova guida mentre il ladruncolo di prima si muoveva in punta di piedi sbirciando verso la bottega di un pittore. «E agli Amanuensi della Croce del Copia Carbone.»

Una donna con il cappello a punta attraversò la strada con una tavoletta da scriba in mano. Posò lo sguardo su un mercante, prese un appunto e dietro di lei apparvero, precisi spiaccicati, lo stesso mercante e la stessa bancarella. Ma la merce era difettata.

«Nonché ai seguaci fantasma…»

«Fantasma?»

«Ai Troll…»

«I Troll! Ma ce n’è uno normale qua dentro?»

«E c’è anche di peggio» disse Bianca, lugubre in volto. In quel momento incrociarono il passaggio con una ghenga di ragazzotti che saltellavano intorno a un ragazzino grassoccio e con il cappello d’asino. Ebbe un brivido e abbassò la testa, ma appena superarono i bruti tornò ad ammiccare e anche Zelda tentò un sorrisino.

«Tu, però, non sei così.»

«Perché non sono di qui. Oh, che dico? Nessuno è di qui! Diciamo che a me della fama non interessa. Ma è una conclusione a cui sono arrivata dopo molto tempo» aggiunse mentre un’ombra le oscurava, per un momento, il volto. «Vedi, qui non è tutto lustrini ed etichette. Vi sono Artigiani, Maestri delle Parole e Fabbri Forgiatori. Nelle loro botteghe e officine, lontane dallo sfavillare dei corsi principali, puoi imparare molte cose, affinare le tue capacità, menestrello

«Una sorta di iniziazione» rimuginò Zelda, ma l’altra scrollò la testa, divertita.

«Piuttosto, un lento apprendistato. Ma, attenta: così ingenua, sei un bel bocconcino per le lusinghe.»

Zelda si appoggiò la mano sullo stomaco. «Ho la pancia vuota, in effetti.»

«E non hai un posto in cui andare, scommetto.»

Zelda passò lo sguardo sul Carosello Infinito e rabbrividì. Emise un sospiro, sconsolata, e fece uno sguardo così piagnucoloso che la ragazza scoppiò a ridere. «Ma ti va bene: hai il tuo primo seguace!»

«Uno… di quelli fantasma?»

In quel momento una Trombetta le arrivò alle spalle e strillò così alto da farla saltare. Le porse un biglietto con un inchino e dal momento che non c’erano Messaggeri d’Ombra nei dintorni Zelda lo prese e sbirciò con cautela. Era riportato solo un nome, che ricordava la neve, la luna e il latte.

Bianca nascose il sorriso dietro a una mano. «Un seguace vero. Te l’ho detto, non tutti ambiscono alla fama. A me, per esempio, semplicemente piace vivere in città. Osservarla. E…» Si strinse nelle spalle. «Questa Canzone Segreta mi incuriosisce. È così strana! Sai, ogni storia di successo inizia così. Con un po’ di… fiducia?»

«Tu vorresti… a scatola chiusa…»

«Non a scatola chiusa: ho appena adocchiato la presentazione.»

Zelda arrossì e si confuse. Si passò la mano tra i capelli e strizzò la punta della penna, che si raddrizzò di colpo. Controllò il liuto, ma quello non era ammaccato. Aveva gli oziosi da una parte, i fanatici dall’altra e un paio di borseggiatori le serpeggiavano tra i piedi attentando alla bisaccia.

Quella era la Città dei Cento Profili, mutevole proprio come le sfaccettature di cui portava il nome. Scintillava, ma i suoi recessi erano cupi e mefitici. Bianca era davanti a lei, candida e sorridente, e Zelda rievocò tutti gli amici lasciati negli altri regni. Anche di loro si era fidata e ora ne serbava il ricordo tra note e parole, le stesse che avrebbero composto, un giorno, la Canzone Segreta. Per questo era giunta fin lì. Sospirò.

«Sai piuttosto dove mi posso riparare da tutto questo baccano?»


E così Bianca è diventata la mia guida e la mia spalla nella Città dei Cento Profili… nonché la mia fittavola! Mi accudisce, mi istruisce e mi prende in giro. E in cambio non chiede che un paio di ghinee e la mia considerazione: che la nomini e sempre con le migliori intenzioni. Non potrei fare altrimenti, è la mia unica amica! Ma Bianca mi dice sempre che devo trovarmene altri: amici e alleati per il mio viaggio. Così, il primo passo è recarmi là dove posso registrare la mia presenza in città, alla Gilda dei Cantori. Qui conoscerò nuove persone, ma soprattutto l’oscura presenza che governa sulla Città dei Cento Profili.

Un pensiero su “#2 – Il primo aiuto in Città

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