Cercavo una storia per ragazzi, ma che fosse godibile anche per gli adulti; che ci fosse mistero, avventura, ma anche tematiche profonde.
Cercavo tutto questo e l’ho trovato in questo delizioso giallo: La casa dai vetri verdi, di Kate Milford, non recentissimo (2014), ma pubblicato da Salani nel 2024 con una copertina che già di per sé promette benissimo.
Sul fiume Skidwrack sorge una cittadina molto particolare, perché è, da sempre, un covo di contrabbandieri. Per ritemprarsi dalle loro fatiche i contrabbandieri si riposano alla Greenlight House, sulla cima della collina che sovrasta il fiume: una locanda gestita dai genitori di Milo, un dodicenne adottato.
Sotto il periodo natalizio è bassa stagione e Milo si prepara a gustarsi le vacanze invernali con la sua famiglia. Le speranze vengono vanificate dall’arrivo, uno dopo l’altro, di ospiti mai visti prima, tutti stravaganti e dall’aria misteriosa. Insieme a loro giunge anche Meddy, la figlia minore della storica cuoca della Greenlight House. È proprio Meddy, inizialmente detestata poiché elemento disturbante della routine di Milo, a coinvolgere il ragazzino in un gioco di ruolo dal vivo in cui i loro personaggi giocheranno per tutto l’albergo per sfidare la noia di quei giorni.
Presto il gioco diventa realtà: alcuni ospiti subiscono dei furti e per risolvere “il caso” Milo e Meddy (anzi, i loro alter-ego) si ritrovano coinvolti in una caccia al tesoro e a indagare su quegli strani personaggi, tutti collegati all’albergo, sugli antichi misteri della Greenlight House e, in parte, sul passato di Milo.
Gli elementi del giallo ci sono tutti, quelli dell’avventura anche (nonché un po’ di fantasy); ma La casa dai vetri verdi è più di questo: attraverso una storia molto ben congegnata – anzi, forse troppo congegnata, poiché talvolta le inferenze logiche sono così arzigogolate da far perdere il filo – Milford espone con lucidità temi delicatissimi quali la ricerca della propria identità, la forza dei legami famigliari e del senso dell’onore. In modo particolare si tocca il tema dell’adozione (caro a Milford come lei stessa esprime in una nota a fine libro) con grande sforzo immaginativo e di sensibilità considerando che ci si cala nei panni – e nel punto di vista – del piccolo adottato.
Fulcro di queste tematiche è il protagonista Milo: ragazzino complesso, a tratti antipatico, maniaco dell’ordine e facile a scatti di rabbia, rappresenta il silenzio dolente dei più piccoli di fronte agli adulti e all’affacciarsi di nuove, importantissime domande: chi sono? Qual è la mia storia?
Meddy prese uno dei mucchi di fogli e lo fece ruotare sul parquet con l’indice fino a girarlo in favore di Milo, con una mossa un po’ teatrale, che Milo sospettava avesse provato e riprovato. «Questi sono i tuoi fogli del personaggio». Ci piazzò sopra una penna. «È così che ti inventi chi sei».
Chi sei. Milo si sentiva a disagio, e affondò la forchetta nei pancakes del piatto che teneva in equilibrio sulle ginocchia. «Chi è il mio personaggio, vorrai dire».
Lei alzò le spalle. «Nel gioco, tu sei il tuo personaggio».
Milo affronta con coraggio le proprie problematiche attraverso il gioco di ruolo, non descritto come semplice passatempo, ma come mimesi attraverso la quale affrontare la realtà, una specie di rappresentazione teatrale in cui il personaggio si incarna e agisce esplorando il proprio interno. Non a caso sotto alla sapiente guida di Meddy, il personaggio di Milo, è, spavaldo, coraggioso e abile a carpire informazioni: tutto il contrario di ciò che l’insicuro Milo pensa di sé. Ed è attraverso questo personaggio, una parte sconosciuta di se stesso, che il protagonista compirà il proprio, inevitabile arco narrativo.
Milo è il motore dell’azione, l’inconsapevole – almeno in un primo momento – e infallibile aggiustatutto e risolvi-guai; al suo opposto, Meddy (pur essendo un personaggio brillante, forse anche migliore del protagonista) rimane indietro, una voce della coscienza che suggerisce e sprona Milo a migliorare: una “spalla” dell’onnipresente protagonista. Fin qui niente di male se solo non fosse che proprio su questa passività fa leva un meccanismo centrale della trama, un mistero destinato a cambiare le sorti della vicenda ma che così appare palese fin da subito e perde l’impatto che dovrebbe avere sul finale. E proprio il finale non si salva, guastato proprio da questa “risoluzione”, da un improbabile deus ex machina che fa “saltare” quanto di buono (anzi, ottimo!) costruito nel corso delle quattrocento e più pagine.
Perché, per davvero tutto il resto è ottimo: una scrittura serrata, una trama avvincente, tematiche importanti e una costellazione di personaggi perfettamente riusciti – tutto concorre a fare de La casa dai vetri verdi un piccolo gioiello per ragazzi che dovrebbe essere letto dagli adulti per comprendere le debolezze e le necessità che i più piccoli vorrebbero gridare e che Milford raccoglie e ci illustra con grande empatia e delicatezza.

La casa dai vetri verdi, KATE MILFORD
Salani, 2024
448 pagine
Voto 3.5/5
