«Zelda de’ Calamai, menestrello del regno di Alta Melodia! Dannazione!»
Zelda non si aspettava un simile attacco alle spalle: molleggiava sulla sedia, i piedi contro la scrivania, e con il liuto tenuto di piatto pizzicava, sollucherandosi tutta, un paio di arpeggi sognanti.
Ne risultò che a quell’esclamazione strillò, si ribaltò dalla sedia e il liuto si salvò dalla distruzione contro il pavimento solo per il rotto del basco.
«Poffare, Bianca ma sei impazzita?»
Perché era proprio lei la vituperatrice, anche se più che bianca era nera: sì, di rabbia.
«Ahi ahi.» Zelda temette il peggio: da quando lei aveva subito quell’attacco di SMO, Bianca era sempre in allerta e dal momento che non poteva infornare torte tutto il tempo era passata alla (non) velata minaccia di mattarello ogni volta che sentiva un sospiro di troppo o presagiva l’inizio di un rimuginare letterario forsennato. Stavolta, però, il mattarello non era in vista e Zelda non sapeva cosa aspettarsi. La Fata dei Sussurri e delle Parole si era palesata? Chattino aveva insinuato qualche subdola sindrome? O Bianca aveva letto un messaggio privato di una Trombetta?
«Si può sapere che diamine stai facendo?» esclamò Bianca puntando le mani sui fianchi.
«Oh! Solo questo? Sto componendo.» Zelda si rialzò e si sistemò i ciuffi dei capelli sugli occhi.
«Solo questo? Componendo!»
«Mmm, sì? Sarei un menestrello, in effetti.» Stese un palmo verso la scrivania. C’era una pergamena pentagrammata tenuta aperta dal calamaio e una boccetta d’inchiostro di riserva ai due angoli opposti e una montagna di altre pergamene fuoriuscivano dal cassetto, lasciato aperto perché era pieno. «Tutto a posto?» chiese con lentezza. Non era abituata a essere lei quella pacifica e Bianca quella agitata. Ma Bianca non era solo agitata: era furiosa.
«Si può sapere perché perdi tempo a scribacchiare?» strepitò.
«Eh? Ma sono in fase creativa…»
«Che fine ha fatto la Fata?» l’interruppe Bianca.
«Siamo in pausa. Per sedimentare.»
«E Chattino?»
«Giuro di non averlo sentito da un pezzo.»
«E la sciarpa? Che fine ha fatto la sciarpa?»
«La sciar… oh, quella!» Bianca la costringeva a mettersela al collo nonostante il tepore primaverile. Era per evitare brusche ricadute, diceva lei. Per Zelda era una fesseria, ma tendeva ad assecondarla. Anche quella volta, pur alzando le sopracciglia, prese il famigerato lembo di lana e se l’annodò ben stretto, con il fiocco sul davanti. «Contenta?»
Invece, Bianca scoppiò a piangere. Due vere e proprie cascatelle le sgorgarono dagli occhi e schizzarono ovunque, tanto che Zelda dovette spostare con il piede una pergamena che era a terra per evitare che si infradiciasse. Era imbarazzata e allo stesso tempo era preoccupata: forse la SMO aveva preso anche Bianca, in qualche modo? O c’erano sindromi che colpivano i seguaci dei menestrelli?
Stava per chiederle cosa non andasse quando Bianca l’anticipò quasi ululando per via dei grandi respiri che doveva prendere tra uno scroscio di pianto e l’altro. «Tu non ti curi più della Canzone Segreeetaaa!»
«Eh?» Zelda si ritirò bruscamente: non si aspettava niente del genere. «Ma non è vero!»
«Sì, che è vero! Non te ne occupi piiiiù!»
«Ma se sto scrivendo!»
«Non ti esibisci più ai Giardiniiii!»
«Be’, non che ottenessi poi questi gran risultati» obiettò Zelda con un’alzata di spalle.
«Non mi tampini più con il Duca d’Algoriiitmo!»
«Colpa mia se non ne ho più paura?»
«E non ti sei buscata più alcun malanno letterario!»
«Ma che diamine…» Zelda si sfilò la sciarpa. «Allora perché me l’hai rinfacciata?» Più Bianca si inumidiva, più lei si seccava.
«Perché ci sono abituata.» Bianca tirò su così forte che il naso le si tappò e Zelda sussultò per il colpo.
Rimasero in silenzio, una a singhiozzare e a tirar su di naso, alternati, l’altra a guardarsi intorno con disagio. Alla fine fu il menestrello a farsi avanti. Avanzò verso Bianca, alzò una mano, tentennando, poi con sforzo supremo diede un paio di pacchette sulla spalla della ragazza, che di rimando scoppiò in un singhiozzo triplo, con tanto di guaito finale.
Zelda si grattò la testa e spinse Bianca verso il letto, con dolcezza impacciata. Poi si sedette accanto a lei e incrociò le mani tra le gambe.
«Mmm… dunque, che succede?»
«È che ho…» singhiozzo «paura…» singhiozzo.
«Paura? E di che?» Zelda rimbalzò sul letto. «Qualcuno ti ha fatto del male? Un Messaggero d’Ombra ti ha derubato? Un Amanuense della Croce del Copia Carbone ti ha plagiato?»
Bianca scosse la testa, che teneva bassa forse per la vergogna, e pigolò: «No. Ho paura per te. Che rinunci alla ricerca della Canzone Segreta. Che te ne dimentichi. E se tu smetti, allora io… io…» Le tremò il labbro e Zelda si indispettì. Non le era mai capitato di essere arrabbiata con Bianca, ma ora sì, la rabbia montava.
«Baggianate!» sbottò rialzandosi. «Tutte baggianate! Credi che non mi importi della Canzone Segreta? Me ne importa eccome! Ma sono un menestrello e se ho l’ispirazione devo seguirla! E sei sempre stata tu a spronarmi a farlo! A continuare a scrivere, al di là di duchi e Fate! E proprio ora tu…»
Bianca l’interruppe con uno straziante lamento. «Sì, ma non ti ho spronato a fuggire!»
«Fuggir… oh!»
Zelda smorzò l’impeto. Capì che era vero: aveva paura della Città dei Cento Profili e delle possibilità che offriva. Ma era una lotta estenuante quella con i mecenati, la Gilda dei Cantori e il pubblico. Zelda si disse che doveva darsi una tregua, di tanto in tanto: ricaricarsi. Almeno, questa si era detta, ma non aveva sospeso la sua attività in città: l’aveva proprio ignorata. C’era la grande Fiera della Pergamena in corso, ma lei si era professata troppo impegnata con un sonetto per informarsi. E aveva conosciuto cantori che pur essendo in città ma meno tempo di lei avevano riscosso già più successo. Proprio in quel momento le era venuta un’idea per una nuova ballata.
Quella nuova spinta creativa era reale, ed era intensa, ma era anche subdola e Bianca l’aveva capito, seppure a suo modo, ma questa volta la toccava personalmente e così non era riuscita a rimanere lucida.
La ragazza non piangeva più, ma era sempre a testa bassa e trascinava i piedi, come impacciata. Zelda si scompigliò i ciuffi con una mano e sospirò. Si sedette di nuovo accanto a lei e cercò cosa dire fissando le travi del soffitto.
«Bianca, per me comporre è importante. Voglio farlo perché sulle mie ballate si fonda la mia Canzone Segreta. Voglio e devo farlo. È imprescindibile, non ti devi preoccupare.»
Lanciò un’occhiata bramosa alle pergamene sulla scrivania. Erano solo un abbozzo di una sinfonia molto più estesa e che avrebbe richiesto la presenza di molti strumenti. Avrebbe potuto lavorarci per mesi interi e l’avrebbe fatto. Ma poteva dilatare un po’ i tempi e inserire qualche intermezzo più concreto. Più cittadino. In fondo, quella sinfonia avrebbe risuonato proprio nelle piazze della Città dei Cento Profili e lei doveva preparare la strada per quel nuovo frammento di Canzone Segreta.
Scosse la testa. «Però, grazie per avermi ricordato che devo trovare un certo equilibrio» concluse. Poi aggrottò la fronte vedendo che a quella continuava a tremare il labbro. «Forse, però, dovresti trovarne uno anche tu, eh?»
Bianca si fece rossa in volto e sembrò sul punto di scoppiare a piangere di nuovo, ma riuscì a trattenersi all’ultimo: si impettì, rimase in apnea con le spalle alte e le guance gonfie, da rossa divenne viola, poi buttò fuori tutto quanto. Le scese una lacrimuccia, una soltanto, che le cadde dritto sulla tunica. «È che una volta non mi sono preoccupata e tu eri diventata…» Non concluse, ma a Zelda bastò guardare quel che rimaneva sul pavimento della macchia d’inchiostro rosso.
Fissò le pergamene con rinnovata avidità e strinse i pugni. Si sforzò molto nel dire: «Senti, facciamo una cosa: ora finisco un minuscolo passaggio del brano, poi metto via tutto e andiamo a sentire quel nuovo menestrello alla locanda. D’accordo?» ma quando concluse la frase si sentì meglio. «E facciamo un salto alla Fiera… no, quella meglio di no; ma… devo passare alla Gilda per pagare la tassa d’iscrizione. Magari… mi accompagni lì? Lo facciamo insieme?»
Bianca non rispose: guaì un altro paio di volte, ma alla fine sorrise e Zelda capì che non solo pace era fatta, ma anche che entrambe avevano imparato a bilanciare le proprie intemperanze.
Dopo un po’ di sorrisi e reciproci arrossamenti Bianca se ne andò, più tranquilla, e Zelda tornò alla scrivania per ultimare un fraseggio. D’improvviso le balenò un sospetto ed esclamò, con la pergamena in mano: «Bianca? Posso chiederti una cosa?».
«Sì?» trillò l’altra sbucando di nuovo dalla porta.
«Mmm, non è che eri tanto esagitata perché non ti ho ancora fatto leggere nulla della nuova ballata, vero?»
In tutta risposta, tornò un grande assente di quei giorni: il matterello, in forma smagliante, fu lanciato con grandissima forza e attraversò tutta la stanza.