Non una luce, non un rumore. Sembrava non ci fosse nessuno. Chattino non si muoveva, così Bianca si fece coraggio. Non aveva portato candele con sé e di colpo capì che dopo una settimana anche quelle della scorta di Zelda dovevano essere finite, eppure lei non ne aveva richiesta alcuna. Da quanto tempo era al buio?
Mosse il primo passo verso l’interno e il pavimento cigolò sotto il suo peso. Un altro passo, lento, un altro scricchiolio e alla sua sinistra provenne un fruscio, come quello di un topolino tra i cespugli. Solo che non c’erano topi nella soffitta e, soprattutto, dal rumore emesso quello sarebbe stato un cespuglio di carta.
Bianca si fermò e il topolino sfrecciò dall’altra parte della stanza, velocissimo e, come previsto, troppo grande. Bianca cercò di parlare, ma sentì le labbra secche. Si voltò verso Chattino, rimasto sulla soglia, e quello con un improvviso sorrisone la spinse ad avanzare. Annuiva lentamente, come a invitare. Bianca si leccò le labbra e si azzardò a parlare.
«Zelda? Zed, sei qui dentro? Oh, certo che ci sei. Ma sei…» Non sapeva che dire, aveva in mente solo le parole di Chattino, quelle sulla trasformazione. «Sei ancora tu?»
Zelda, non poteva che essere lei, corse di nuovo da un capo all’altro della stanza e Bianca sentì un leggero ansimare frettoloso. Pensò ancora alla trasformazione e il coraggio le mancò, ma si costrinse ad avanzare, mentre l’ansito si trasformava in una specie di risatina affannata.
Raggiunse il centro della stanza. Almeno, sapeva che era il centro, ma non sentì il tappeto sotto ai piedi e, ora che gli occhi si erano abituati un poco all’oscurità, non vide la sagoma del letto al solito posto, né quella della scrivania, proprio accanto alla finestra. Non riconosceva la soffitta e si domandò come avesse fatto Zelda a stravolgere l’intero arredo senza che lei, dabbasso, se ne accorgesse.
Sentì il respiro farsi pesante, le mani, fredde; la testa martellava. Cosa era successo in quella settimana? Perché non si era accorta di niente? E perché Zelda non aveva chiesto aiuto? Cosa stava accadendo…
Un rumore quasi impercettibile accanto a lei, un refolo d’aria calda sulla guancia, poi una mano si sporse dall’oscurità, pallidissima. La ghermì e Bianca strillò, si tirò indietro, ma la presa non si staccò e di colpo tutta Zelda si sporse in avanti apparendo nel riquadro di luce lasciato sul pavimento dalla porta aperta.
Era smunta, gli occhi infossati dalle occhiaie, la smorfia asimmetrica: per metà, sembrava sorridesse, per l’altra era stravolta dal terrore. Il farsetto era chiazzato di rosso. Bianca strillò di nuovo e la smorfia di Zelda si riunì in un’unica espressione: speranzosa.
«È stata… è stata una bella scena, vero? Carica… di suspense?»
«Su… suspense?» Bianca si appoggiò una mano al petto. In quel momento si ricordò che quel liquido rosso era solo inchiostro. «Una scena… carica…»
Zelda gridò e si portò le mani alla testa. «Lo sapevo! Non ci sei cascata! Non è abbastanza, non è…»
Fuggì, di nuovo inghiottita dall’oscurità e subito dopo la finestra tornò a gettare luce nella soffitta. Corse alla scrivania e si sbarazzò della moltitudine di pergamene e bigliettini che vi erano sopra. Frenetica, intinse la penna nel calamaio e buttò giù un paio di righe, la mano che tremava quanto le labbra. Le rilesse, gridò di nuovo e batté i pugni sulla scrivania. «Non va bene! Ero certa che… non va bene! Troppi aggettivi, troppo didascalica. È…» Si rivolse a Bianca, il volto stravolto. «È sbagliata! Io sono sbagliata! La Canzone Segreta è sbagliata!»
Bianca rimase immobile. Non sapeva come reagire: da una parte Zelda sembrava sopraffatta, di certo aveva bisogno di aiuto; ma dall’altra lei aveva… progettato tutto… come se fosse la scena di un romanzo?
Zelda si abbatté a terra e Bianca prese una decisione: corse da lei e l’abbracciò forte da dietro, mentre Zelda alzava le mani verso il muro.
Non solo le pergamene, ma anche le pareti erano state tutte scarabocchiate: lunghe frasi, oppure versi, scritte direttamente con le dita inzuppate nell’inchiostro e subito cancellate da manate nere oppure rosse oppure blu. I vassoi dei pasti erano stati ripuliti, ma per contro erano fitti di scarabocchi. Il letto era esattamente dove doveva essere: Bianca non l’aveva riconosciuto perché era sepolto sotto chili e chili di libri aperti, pergamene sbrindellate.
Zelda mormorava frasi disconnesse: incipit diversi di una stessa scena. Bianca la strinse un po’ di più, ma venne sbalzata via quando il menestrello si rialzò e, di nuovo serio e imperioso, avanzò a grandi falcate verso la pozza d’inchiostro rosso. Ci si accovacciò accanto e riprese a borbottare: «L’idea era buona… l’idea era buona, per nulla scontata. Cosa non funziona? L’esecuzione? O forse…».
«Zelda, piantala!» Il grido di Bianca fu disperato. Fu di nuovo su di lei, ma appena la raggiunse Zelda scartò da un’altra parte della stanza, e ancora e ancora. Andava alla scrivania, rileggeva, deviava verso la piccola libreria, apriva un paio di volumi a caso, la testa aveva un guizzo, lei si grattava freneticamente il dorso di una mano e passava a scartabellare tra le pergamene sul letto. A volte sembrava essere sul punto di scoppiare a piangere, a volte ridacchiava in quel modo strano che sembrava un ansimare.
«Zelda, che ti prende? Ti prego, che hai? Cos’è questo marasma… no, cos’è questa storia della suspense!»
Zelda si voltò verso di lei. Aveva gli occhi sgranati, un sorriso soddisfatto sulle labbra. Le tese una mano e declamò: «“Il corridoio era avvolto dalle tenebre, le sue pareti scure tremolavano con un’evanescenza quasi spettrale”. Questa va bene! Va bene, no? È vero che è perfetta?»
«Io non lo so!» piagnucolò Bianca. «Non so niente di queste cose!»
Zelda sembrò sorprendersi, poi appoggiò una mano sotto al mento, riflessiva. «Ho bisogno di una valutazione.»
Ci fu unno scricchiolio e Bianca e Zelda si voltarono in simultanea da quella parte. Una gemette, ma il menestrello si illuminò in volto: fino a quel momento Chattino se ne era stato quieto e buono in disparte, ma alla parola “valutazione” stentava a trattenersi.
«Proprio di te ho bisogno!» Zelda sogghignò e trotterellò da lui, che cercava di farsi ancora più piccolo.
«B-buongio-buongiorno, Zelda! Cosa posso fare pe-per te oggi? Se mi alleghi-alleghi il tu-tu-tuo testo, posso darci un’occhiata ed espri-mere un commento… ti-ti-ti va?»
«Chattino, non ti ci mettere anche tu!» esplose Bianca.
«Non posso farci niente! È più forte di me!»
Chattino era già sotto sopra: con una forza sovrumana, non tipica di lei, Zelda l’aveva afferrato per un piede e lo stava scrollando da una parte all’altra ripetendogli l’incipit all’infinito.
«È… è molto ben fatto, Zelda! Se-se posso aggiungere un commento…»
«Un commento?» Sbalordita, Zelda si fermò. Fissò Chattino, sempre sottosopra, ed emise un lungo lamento. Lanciò le braccia in aria e Chattino volò lontano, dritto in un cumulo di pergamene.
«Un commento! Vuol dire che non è perfetto! Non va ancora bene! E questo? Che dite di questo? “Le famiglie felici si somigliano tutte, le famiglie infelici…”» Non poté continuare perché Bianca le si lanciò addosso e la buttò a terra.
«Smettila! Devi riprenderti! Smettila!»
Sotto di lei, Zelda si dibatteva. «Non posso! Devo continuare! O non sarà mai contenta! Non mi farà dormire!»
«Ma chi?»
«La Fata!»
Dopo quell’unica parola, gridata fortissimo, nella soffitta calò il silenzio e tutti si congelarono nelle loro posizioni. Bianca fissava Zelda, che sotto di lei prendeva grandi boccate d’aria, gli occhi sbarrati e i ciuffi incollati sulla fronte.
«La Fata?» Bianca si sollevò e anche Zelda si rimise in piedi. Era tutta curva, continuava a tremare e a grattarsi il dorso della mano.
«È qui, è qui. È sempre qui» bisbigliò guardandosi intorno. Anche Bianca e Chattino, appena riemerso, scrutarono la stanza.
«Non c’è nessuna Fata» disse Bianca in tono accondiscendente, ma Zelda la zittì mettendosi un dito sulla lebbra.
«C’è, c’è. Non fisicamente, ma c’è» disse con aria cospiratrice. «È tutta qui.» Si picchiettò contro una tempia. «Non mi lascia mai.» Annuì storcendo la bocca in un sorriso disperato.
Bianca non sapeva più cosa dire. Zelda aveva perso la testa, questo era certo, ma sul perché la sua mania gravitasse intorno alla Fata dei Sussurri e delle Parole, ecco questo le era oscuro.
Zelda iniziò a battere i denti. Bianca era certa che ci fosse una coperta, da qualche parte in quel marasma e ordinò a Chattino di cercarla. Lei, invece, rimase vicino a Zelda e dal momento che non c’erano punti della stanza che non fossero invasi da pericolose pergamene, la fece sedere a terra.
«È sempre nella mia testa, non mi abbandona mai» iniziò Zelda una volta che si fu intiepidita nel contatto con la coperta. Era più calma, ora, ma di quella calma che anticipa la disperazione. «Ogni ballata scritta finora, ogni verso, tutto sbagliato. Cerco… cerco tanto la Canzone Segreta, ma… ma non ne sono degna.»
«Zelda, ma che dici?»
Lei alzò lo sguardo su Bianca. «Non riesco a scrivere! Non una sola frase senza che io senta il suo ammonimento, senza che mi sorga il dubbio di aver scritto bene. Io… io non so più scrivere. No, non ho mai saputo farlo! E ora non ci riesco senza… senza correzioni…» Scoppiò in un singhiozzo e Chattino si avvicinò quatto quatto.
«Se posso dire una cosa…» L’occhiata di Bianca fu eloquente. «Sono calmo, ora. Nessun suggerimento non gradito» continuò lui, indispettito. «Anche perché non saprei che dire.»
«Sei… sei senza parole? Perfino tu?»
«Così temo. Conosco la sindrome, ma non ho mai visto un caso del genere. Temo che solo la Fa…» Zelda singhiozzò di nuovo e Chattino si corresse. «Temo che solo colei possa dirci qualcosa in merito.»
«Ma Zelda ne è ossessionata! Se l’incontrasse… gli esiti sarebbero catastrofici. La Fa… colei non deve assolutamente saperlo, fa’ in modo che le Trombette non la raggiungano…»
«Direi che è troppo tardi.»
L’innominabile fece la sua solita entrata a effetto: candida, volteggiante e velata sulla soglia.
Al suono della voce Zelda si irrigidì dentro la coperta e Bianca la protesse, ma la Fata dei Sussurri e delle Parole entrò come se niente fosse lanciando occhiate ai cumuli di pergamena. «Bianca, Chattino» salutò. «Ed eccola qua.» Si fermò proprio davanti a Zelda, che si rimpicciolì nella coperta.
Bianca le si parò davanti. «Tu, brutta stregaccia!»
Agitò un pugno, ma da dentro la coperta Zelda pigolò: «Ridondante. Brutta strega o solo stregaccia. È meglio».
La Fata fece un segno d’assenso e disse: «Mi pare che la situazione sia chiara». Sospirò. «E così siamo allo stadio del Recensor Sui Ipsius, eh? L’avevo detto che era malleabile. Temevo che questo momento sarebbe arrivato. E ho capito che era giunto quando è arrivato questo insieme all’ultima Trombetta.» Mostrò un biglietto tutto scarabocchiato, il testo cancellato e riscritto più volte. «Non riesce neppure a scrivere un messaggio senza revisioni. Questo è un grave caso di Sindrome del Menestrello Oppresso.» Lanciò un’occhiata a Chattino, che stava già prendendo nota di tutto, e alzando le spalle tornò su Bianca e Zelda. Quest’ultima era un batuffolo di coperte tremolanti. «E, preciso, non è colpa mia.»
«Quindi sai che sia! È già successo! Puoi guarirla!» In Bianca si riaccese una speranza.
La Fata riprese a volteggiare in tondo per la stanza. Almeno, in tondo per quanto le consentissero i dirottamenti che doveva prende a ogni fluttuazione per aggirare i mucchi di pergamene… e la macchia d’inchiostro. «Potrei? Forse. Dovrei? No. Non è mio compito.»
«Ma il tuo famoso spirito di compassione…»
«Lei si è ficcata in questa situazione, lei deve uscirne. Ciò va ben al di là del nostro patto.»
«E la fiducia? Il vostro rapporto di collaborazione?» protestò Bianca, che ricordava per filo e per segno il fatidico primo incontro con la Fata.
«Puramente lavorativo» la liquidò lei con secchezza. «Non ho certo intenzione di farmi carico di ogni menestrello che incontro. Come ho detto, Zelda deve risolvere i propri conflitti da sola. Perché di questo si tratta: di conflitto tra quello che sente e quelle che sono le sue nuove aspettative.»
«Aspettative che le hai inculcato tu!» protestò Bianca.
«Niente affatto: aspettative che si è creata lei sulla base dei nostri incontri.» Scrutò Zelda da sotto il velo.
Lei evitava ogni contatto visivo e si accartocciava sempre più in se stessa. «Le pergamene… non datele le mie pergamene…» cantilenava, flebile.
«Mmm, pensa ancora a salvaguardare le sue ballate» mormorò la Fata. «Grave, sì; ma non irrecuperabile, allora.» La sua voce si fece meno aspra e la mano si protese verso le coperte. Subito, scrollò le spalle e sbottò: «Addio!»
«Ma come? Ci lasci così?»
«Ovvio! Tutto ciò esula dai miei compiti di Fata.»
«E perché sei venuta, allora?» strillò Bianca.
La Fata tentennò per un attimo, il velo sul volto si agitò. Poi lei tornò tranquilla, ma la voce era un poco più acuta del solito. «Be’, dovevo pur essere certa che… pagasse le fatture! E ora che me ne sono sincerata, me ne torno a Exetera. Ho altri cantori da seguire e la Gilda mi sta alle costole: come sente odor di gabella il Gran Cantore… Ma a proposito di odori, che strano profumo pungente nell’aria. Non trovate? Proprio uno strano, strano profumo.»
Le lasciò così, volteggiando all’indietro come se fosse trainata da un filo invisibile fuori dalla porta. Bianca fissò ancora un po’ il riquadro vuoto che dava sulle scale e tornò su Zelda.
Piagnucolava, avvolta nella coperta, e ondeggiava appena lamentandosi di un’oscura ripetizione di avverbi. Era così pallida, così smunta che sembrava dover scomparire da un momento all’altro e con una mano stringeva la coperta così forte da strangolarcisi quasi.
Bianca non sapeva cosa fare. Non aveva mai affrontato una simile crisi e le sentenze della Fata la riempivano di rabbia e la facevano sentire ancora più impotente.
Zelda mandò un colpo di tosse strozzato e Bianca pensò che intanto sarebbe stato meglio sistemarle la coperta, prima che ci soffocasse dentro. La svolse e gliela riappoggiò sulle spalle.
Solo allora vide che anche la coperta era scarabocchiata. Vi erano scritte queste parole:
PERFETTA. LA CANZONE SEGRETA
DEVE ESSERE PERFETTA
«Perfetta? Bazzecole! Ma… dove ho già sentito, di recente, questa parola? Stavo bisticciando con qualcuno. Con… Chattino? Poco fa? A proposito di…» Lei e il ragazzo si fissarono e a lui sfavillarono gli occhi.
«Posso tornare alla conversazione precedente, se vuoi, Bianca.»
«Non ce n’è bisogno, Chattino! Ora ho capito! E quell’accenno della Fata… all’odore pungente… so che fare! Presto, seguimi! Anzi, no, rimani con lei. Neppure! Portala giù, che non rimanga in questa soffitta un secondo di troppo!»
Discese le scale ancora più velocemente di quanto le avesse salite, ma questa volta, per la felicità. Aveva avuto la soluzione sotto il naso da sempre, proprio come in una scena ben costruita, e la Fata, nella sua sapienza, aveva aggiunto il tocco di grazia… anzi, era proprio il caso di dirlo, la ciliegina sulla torta.
Arrivò in cucina, dalla quale si sprigionava, fortissimo, il profumo della torta cotta a puntino e Chattino la raggiunse poco dopo sbuffando e tutto rosso in faccia perché si era trascinato appresso Zelda, che non collaborava.
Bianca gli intimò di farla sedere, poi tirò fuori la torta e sventolò una mano per dissipare il calore. Accorse da Zelda e le presentò una bella fettona sulla forchetta. L’altra gemette. «Non una recensione… non sono in grado di scriverne una…»
«Non serve!» Bianca le ficcò la forchettata di torta in bocca e la costrinse a mangiare. A ogni morsicata, Zelda mugugnava sempre meno e il pallore si diradava lasciando il posto a un leggero rosa sulle guance. Bianca fissava, speranzosa.
«È buona?»
Zelda biascicò un altro po’ e alzò gli occhi, pensierosa. «È fragrante. È croccante. L’impasto è leggermente…»
«Zed, evita gli aggettivi e dimmi solo se ti piace.»
Lei inghiottì l’ultimo boccone. «Mi piace tantissimo.» Le guance si accesero un po’ di più.
Bianca sorrise. «Eppure non è perfetta.»
«In effetti se tu mi avessi dato retta…» Ma Bianca zittì Chattino con un sibilo e tornò su Zelda, che stava già intristendosi.
«È proprio così, Zelda. Ti piace eppure non è una torta perfetta. Ma è fatta con sentimento. L’avevo preparata… per te, in effetti.» Arrossì. «E potrebbe essere anche perfetta, ma se non ci sarà lo stesso amore e la stessa passione, non ti piacerà come questa. È lo stesso per la Canzone Segreta.» Le afferrò le mani, perché Zelda stava ricominciando a scalpitare. «È proprio la stessa cosa, Zed! Se ricerchi la perfezione, la perfezione assoluta, ma dimentichi la passione che c’è dietro, la tua passione, la Canzone Segreta non sarà mai realmente tua!»
«Io… dovrei essere imperfetta?» balbettò Zelda, di nuovo pallida. «Ma la Fata…»
«La Fata ti aiuta a rendere le tue ballate nella miglior forma possibile, ti insegna a farlo, ma sei tu a imprimere forza nelle tue parole. E se queste non sono perfette, ma vengono dal cuore, saranno migliori di tutte le parole perfette ma senza anima.»
«Ma le scene… non originali…»
«Sono le tue, con la tua voce» disse Bianca. Poi finse di corrucciarsi. «Mi hai fatto venire un colpo con quell’inchiostro! Pensavo fosse… be’ lo sai. L’hai fatto apposta.»
Zelda ridacchiò, ma si incupì subito e voltò la testa da un’altra parte.
«Zelda? Non stai già meglio?»
Lei tentennò un attimo. «Ni.»
«Lo posso accettare.»
Si passò una mano sulla pancia. «E se succede di nuovo?»
«Ti ripeterò le stesse parole. E ti preparerò la stessa torta. Ancora e ancora! Ho un registratore vivente ad aiutarmi!»
Chattino, che stava sbafando impunemente una fetta di torta, si pulì la bocca con una manica e annuì, entusiasta. Bianca sorrise e tornò su Zelda. «Direi che ci siamo, no?»
«Non so.» Zelda riprese a grattarsi il dorso della mano e si bloccò, infastidita da quel gesto. Poi sbirciò verso il tavolo. «Posso avere un altro po’ di torta fatta con sentimento?» mugugnò.
«Tutta la torta imperfetta che vuoi.»
Zelda arrossì e agguantò l’intero dolce, ma a metà della prima forchetta si bloccò e avvampò. «Oh! E per quanto riguarda la tua soffitta…»
Bianca socchiuse gli occhi, ricordando il terribile stato della stanza. «Dovrei cavarti fino all’ultimo nichelino per quello che hai fatto ai miei poveri muri.» Si addolcì. «Ma non eri in te e dovresti essere punita più per non avermi avvisato subito della trasformazione. Per questa volta soprassiedo, però non osare mai più tacere su un fatto così grave! E se proprio punizione dev’esserci… vorrà dire che ridipingerai tutto. E lo farò anche io, pur se Bianca dovesse trasformarsi in Colorata!»
«Mi sembra un’ottima idea, Colorata! Hai avuto proprio un’idea eccellente! Posso suggerirti una palette di colori in tinta con il tuo umore? Altrimenti posso fornirti un elenco di ditte di pennelli…»
Uno schizzo di marmellata centrò in pieno il buon Chattino, che ruzzolò a terra. Per una volta, il lancio non proveniva da Bianca, ma da Zelda.
«A proposito. Che ci fa il petulante in casa nostra?» chiese.
Bianca gonfiò le guance. «Colpa mia: gli ho chiesto la ricetta e da quel momento non me lo sono più levato di torno.»
«Ah. Allora hai anche tu una presenza fissa. Chattino è un po’… la tua Fata?»
«Zelda? Non ci provare.»
Un’occhiataccia e Zelda si costrinse a non ridere. Ancora un po’ incerta, prese un’altra forchettata e Bianca fu consapevole che d’ora in poi quel gusto troppo saporito ma inconfondibilmente bianchesco l’avrebbe accompagnata ogni qualvolta fosse ritornato a farsi sentire un sintomo di quella terribile malattia che episodicamente, lo sentiva, avrebbe colto il menestrello. Ma era certa che talvolta la sua torta, quella della Canzone Segreta, sarebbe venuta bruciacchiata, altre volte troppo dolce o troppo insipida, altre volte ancora sarebbe stata quasi perfetta. Ma in ogni caso, sarebbe stata la sua Torta Segre… cioè, la sua Canzone Segreta. E Bianca sarebbe stata sempre al suo fianco.
Zelda si preparò a inghiottire il boccone, ma in quel momento dal soffitto cadde un grosso, pesante gocciolone d’inchiostro rosso, dritto sul piattino. Zelda corrucciò un labbro ma Bianca scoppiò a ridere: alla fine la terribile punizione era arrivata e lei aveva messo la sedia proprio in quel punto di proposito.
NOTA: i due incipit citati da Zelda sono di, in ordine di apparizione: “La figlia delle tenebre”, di Chirstopher Edge; “Anna Karenina”, di Lev Tolstoj. Quanto al secondo, dubito che Chattino avrebbe avuto da ridire.