La Città dei Cento Profili era chiassosa, ma la casa di Bianca era un angolino di pace. Si trovava nel Distretto delle Residenze, che non era elegante quanto quello Gentilizio, ma neppure caotico come quello degli Alloggi: un continuo viavai di gente, aspettative e promesse.
Il Distretto delle Residenze, al contrario, era modesto e tranquillo. Ci si poteva accedere dopo un anno di registrazione in città e dopo aver dimostrato le proprie intenzioni di far parte attiva del tessuto cittadino. Per questo Bianca era orgogliosa della sua minuscola casetta a due stanze e fornita di un’ampia soffitta decadente, ma accogliente. Era del tutto anonima, ma era sua ed era l’unica proprietà che avesse mai acquisito. Questo lo aggiungeva sempre con un tremito nella voce, come… si domandò quale fosse la similitudine adatta, ora che sapeva cosa fosse, una similitudine. Sì, ecco, come un accordo di liuto in mani inesperte.
Stava preparando una torta. Non era una granché come cuoca, ma ci si stava mettendo di impegno perché stava per scadere il primo mese di Zelda nella Città dei Cento Profili e Bianca voleva festeggiare. Non era stato difficile trovare la ricetta. Un po’ meno facile, sopportare le conseguenze di quella ricerca, ma per fortuna il suo informatore di fiducia stava girando al largo da un po’.
Canticchiava a labbra strette e da sopra provenivano i consueti scricchiolii da meditazione: da quando era stata dalla Fata dei Sussurri e delle Parole, Zelda si era messa di impegno. Stava tutto il tempo in soffitta a rimuginare sulle sue ballate, ma non si poteva dire che non facesse esercizio fisico: meditabonda, camminava di continuo avanti e indietro e quegli scricchiolii erano la prova del suo indefesso lavoro. Bianca era felice di saperla così laboriosa e alle sue orecchie quel cigolio in altro modo sinistro era come una musica tintinnante.
Bianca era orgogliosa del piccolo menestrello e di essere la sua prima e più fedele seguace. In effetti, non si sentiva così felice da…
Per un momento le sue mani si staccarono dall’impasto della torta e un velo di rammarico le passò sul volto. Già, da molto tempo non si sentiva così felice, lì nella Città dei Cento Profili. Un ricordo lontano ma doloroso le si insinuò nella mente, un’ombra del suo passato. Era affiorato già una volta, proprio il giorno in cui aveva conosciuto Zelda, e da allora non era più tornato. Ed ecco che ora… ora…
Uno schiocco più deciso dalla soffitta e Bianca si ridestò dal malumore. Batté le mani, che alzarono una nuvoletta di farina, e si preparò a infornare. In quel momento, sentì le prime parole fuori dalla finestra: vicine, sempre più vicine, e fastidiose. Come le unghie sulla lavagna, come il ronzio di una zanzara… Bianca scrollò la testa e si abbassò sul forno, ma le parole si facevano più stridule e appressanti.
«Buongiorno Bianca! Qual buon vento culinario ti porta, oggi? Sei pronta per una nuova ricetta? O forse preferisci passare a qualcosa di più salato? Dimmi tutto. Sono qui che aspetto!»
Per poco Bianca non si inzuccò contro il forno, per la sorpresa. Lo stridore era alle sue spalle, appoggiato al davanzale della finestra aperta. Lei ne era sicura come sapeva che quel momento sarebbe arrivato. Ahilei, lo scotto da pagare per quella famosa ricetta culinaria.
Riuscì comunque a mantenere un contegno. Infornò la torta, appoggiò la spatola di legno contro il muro e si girò lentamente pulendosi le mani nel grembiule.
«Chattino» mormorò. «Sei arrivato.»
«Sempre pronto a servirti! Allora, hai fatto lievitare? Hai bisogno che imposti un timer oppure preferisci che ti dia indicazioni sulla guarnizione? Posso anche crearti una guida visiva del processo di cottura, se lo desideri. Aggiungo una cornice o un layout in tema? Dimmi tu quando sei pronta!»
Chattino era il ragazzino più petulante e appiccicoso che Bianca avesse mai conosciuto. Era il figlio dei vicini ed era famoso in tutto il circondario per i suoi consigli assidui e non richiesti. Il segreto era ignorarlo la prima volta che ti proponeva i suoi servigi. Il problema è che lo scoprivi troppo tardi.
Chattino si sollevò sul davanzale e inspirò a fondo, naso all’insù. «Sento un odorino pungente. Lo definirei amarognolo se fosse un sapore. Vuoi che ti dia indicazioni più precise? Preferisci forse che faccia una ricerca sulle proprietà organolettiche del cibo avariato? Oppure…»
«Taglia corto. Cosa vuoi?»
Lui scavalcò il davanzale e iniziò a ficcanasare per tutta la cucina. «Solo verificare il frutto dei miei sforzi! Sono molto orgoglioso di te, Bianca. La tua torta è proprio super! Però, tornando a quell’odorino agrodolce…»
«Non ho certo bisogno di te per sapere che la mia torta non è perfetta!» Il candore di bianca si incendiò sulle guance. «Ma è fatta con amore. Ed è questo l’importante!»
«Sono assolutamente d’accordo con te! È molto meglio una torta difettosa ma fatta con sentimento a una creazione perfetta ma senz’anima. Ma a proposito…» Curiosò ovunque, più veloce di una saetta. «Dov’è colei la quale ti ha spinto a questo forte e insolito sentimento?»
Si sentì lo scricchiolio. Bianca serrò le braccia al petto. «Zelda sta creando. E non voglio disturbarla. Ma ora che la torta è quasi pronta… fermo lì!»
Chattino si stava precipitando su per le scale, gli occhi luccicanti di cupidigia. Bianca lo acciuffò per il colletto e lo riportò in cucina. «Che intenzioni hai, si può sapere?» chiese, già esasperata.
«Zelda ha bisogno di me! Potrei produrle delle schede di valutazione! Oppure suggerirle un sinonimo! Pensi che potrei farle una ricerca bibliografica?»
«Zelda ha già la Fata. Il tuo intervento non è necessario.»
Chattino alzò un dito in aria e assunse un’espressione saputella. «Hai ragionissima, Bianca! La Fata dei Sussurri e delle Parole è una figura indispensabile per qualsiasi menestrello che voglia migliorare le proprie capacità autoriali.» Strinse il pugno e tornò alla sua aria famelica. «Tuttavia, se potessi mettere le mani su qualche ballata…» Schizzò via prima che Bianca potesse fermarlo. Era di nuovo su per le scale e lei l’agguantò per un piede. Lui cercò di divincolarsi, lei strinse più forte ma per la foga inciampò e Chattino ruzzolò all’indietro. La colpì e allora patapum! Giù tutti e due per le scale, parabola contro il muro e duro atterraggio ancora una volta in cucina, proprio contro la grande credenza che conteneva i barattoli.
«Insomma, Chattino! Sei impazzito?» gridò Bianca risollevandosi, tutta impolverata di farina e chiazzata di marmellata di prugne.
«Un piccolo sovraccarico» mormorò meccanicamente lui aprendo lo sportello che l’aveva imprigionato. «Forse mi ci vorranno un paio di minuti per generare una nuova risposta. Vuoi ritentare?»
«Ma che ritentare e ritentare! Ora fuori di…»
Un nuovo scricchiolio l’interruppe. Poi ce ne fu un altro, un altro ancora. Erano diversi dal solito. Più… pesanti e affrettati?
«Ecco, l’hai disturbata!»
«Zitta. Non ora.»
Bianca fissò Chattino, indecisa se porgli una domanda che avrebbe potuto generare risposte a catena, ma lui si era ammutolito: fissava il soffitto con la fronte aggrottata e gli occhi socchiusi.
«Bianca?» chiese senza alcuna traccia della solita irrequietezza nella voce. «Da quanto tempo è chiusa là sopra, Zelda?»
«Eh?» Bianca strizzò gli occhi e alzò anche lei la testa. «Direi dall’ultima visita a Exetera.» Calcolò mentalmente e sgranò gli occhi. «Già una settimana?»
«E non è mai uscita? Neppure per mangiare?» Gli scricchiolii continuavano, i tonfi pure, e Chattino li seguiva con lo sguardo come se replicasse il movimento del menestrello al piano di sopra.
«No.» Anche Bianca seguiva passo a passo. «Le lascio i vassoi davanti alla porta, per non disturbarla. È tanto presa! Per questo ho fatto la torta…»
«Qui ci vuole ben altro che una torta.» Chattino si sollevò e si spolverò i pantaloncini di fustagno. Bianca non l’aveva mai visto così serio. E soprattutto, così conciso. Intanto gli scricchiolii continuavano, continuavano. Si fermarono, poi un tonfo, un gemito e più niente.
Sul soffitto si allargò una macchia rosso scuro.
«Quello è… quello è…» Bianca non riusciva neppure a dirlo. Una goccia cadde dal soffitto, dritta sul palmo aperto di Chattino. La stese con un dito, Fissò Bianca e annuì. Funereo.
«Inchiostro rosso. Di quello usato per le correzioni più gravi.» Strinse il pugno e una gocciolina corse lungo il polso. «Presto! In soffitta! Non c’è un momento da perdere! Si sta trasformando!»
«In cosa?» strillò Bianca, mentre le gocce cadevano sempre più fitte.
Chattino era già all’uscio, ancora una volta diretto verso le scale. Si fermò, si voltò e la sua faccia era il volto dell’imperscrutabilità.
«Lo vedrai con i tuoi stessi occhi.»
Le scale che portavano in soffitta sembravano infinite. Bianca correva con il cuore in gola, fregandosene che quello fosse uno dei più classici cliché letterari.
Chattino era davanti e a tratti si infervorava: al primo pianerottolo aveva sciorinato già tre diagnosi, altrettante prognosi e di mezzo metteva qualche citazione. Ma subito scuoteva la testa ripetendosi: «Concentrato, Chattino. Concentra il flusso di dati!».
«Cosa le sta succedendo?» gridò Bianca, accorgendosi di non avercelo, alla fine, il cuore in gola: altrimenti non sarebbe riuscita a gridare. «Che cosa ha, Chattino?»
«Felice che tu l’abbia chiesto, Bianca! No, così non va. Concentra il flusso di dati… certo che non sei d’aiuto, tu!» strillò accelerando ancora.
Furono davanti alla porta della soffitta. Non proveniva un suono, non un rumore. Neppure il gocciolio dell’inchiostro. Non per questo Bianca era meno terrorizzata.
Si avvicinò con mano tremante verso la maniglia. Chattino le si parò davanti, minuscolo ma improvvisamente spavaldo. Rimase così per un po’, poi si voltò. «No. È meglio se fa… meglio se fai tu, in effetti.» Sgattaiolò via e Bianca si fece paonazza in volto, poi tornò alla missione principale. Prese un gran respiro e le sue dita sfiorarono la maniglia. Ma la porta era già socchiusa e al primo tocco si aprì lentamente.