Il sole fu sostituito dall’oscurità e dopo un tempo indistinto l’oscurità fu sostituita dall’alone di una candela.
Zelda cercò di ragionare. Era in una stanza, questo era certo, ma se si fosse trovata in una delle sue storie, sarebbe stata su una comoda poltrona, oppure stesa su un divano o, ancora più piacevolmente, a letto. Invece era seduta su uno sgabellino zoppo e qualcuno faceva da schienale sostenendola per le spalle.
«Il bagliore indistinto di una candela, l’oscurità dissipa e la stanza rivela» mormorò senza troppa convinzione.
«Guarda che quelli non sono endecasillabi.» La voce di Bianca cadde, non troppo dolce, dall’alto.
Zelda rovesciò la testa all’indietro e vide il disappunto, ma rovesciato, sul volto della ragazza. «E che ne sai te? Credi… più di me?» biascicò.
«E smettila di parlare in rima!»
«Rima? La… la Sfida…» Zelda raddrizzò la testa e fissò la candela: fiammeggiante, si agitava come se desse il proprio assenso. «La Sfida in Rima!» Saltò giù dallo sgabello e saltellò un paio di volte sul posto per la frenesia. Sistemò il farsetto, lisciò i polsini, si mise in posa da declamazione. «Una terzina per la Sfida in Rima! Ce l’avevo proprio in punta di lingua, non sarebbe valsa quella di prima…»
In aria risuonò uno schiocco, Zelda serrò gli occhi e quando inquadrò di nuovo, Bianca aveva ancora la mano a mezz’aria.
«Ahià!»
«Ecco, brava. Trova una rima per questo.»
Zelda si guardò intorno, una mano sulla guancia, bollente, il labbro piegato all’ingiù. Era stata battuta una seconda volta. «Ma insomma, che ci facciamo noi qua?»
«Sei insopportabile!» Bianca gonfiò le guance, poi mandò un sospiro. «Stai bene, per fortuna. Solo un lieve rintronamento.»
Zelda si tastò la fronte. «Direi, piuttosto, un rinco…» Non terminò e guardò di lato. «Va bene, sto zitta. Ma dove siamo? Non è la mia sof…» Si sarebbe cucita le labbra pur di non scandire le ultime sillabe.
«Solaio, Zelda. Il tuo solaio. Non esistono i sinonimi nella tua illustre Canzone Segreta?»
«Certo che esistono! Non sono mica analfabe… oh, finirà mai? Mi son cacciata nei guai!»
Bianca scrollò la testa, esasperata. Prese Zelda per mano e la costrinse a sedersi sullo sgabello. Le tornò alle spalle e ricominciò a frizionare.
«Non in un guaio, ma in una contesa» disse, un po’ più dolce, passando a trattare un bernoccolo. «Colpa mia che non ti ho avvisato, ma qui a Exetera tali disfide sono all’ordine del giorno. E tu ci sei capitata dentro. Se non vessi esordito con quella rima…» Le diede un colpetto in testa. «Ma so che non l’hai fatto apposta. E per tornare alla tua domanda sul dove ci troviamo, direi al sicuro. Siamo sempre in università, in un’ala privata. Attendevo che ti riprendessi e che scomparissero i sintomi…»
«Se scompariranno o meno, dipenderà tutto da lei.»
Una voce sconosciuta, ma flautata, provenne dalla porta accompagnandosi alla figura a cui apparteneva. Appena la vide, Zelda sobbalzò e poco mancò che trascinasse a terra lo sgabello… e lo schienale con esso. «Poffare! Che è questo affare?»
Una piccola sagoma sostava sull’uscio. Aveva un largo cappello dalla punta floscia, di un bianco un po’ sbiadito, e una larga tonaca con le rifiniture dorate, ma della stessa, scialba tinta. Non c’erano altri orpelli al di fuori di una bandana (il colore era ovvio) che le copriva gli occhi e gran parte del volto. Poteva essere un chierico, un sacerdote… oppure un fantasma.
Bianca bisbigliò nell’orecchio: «Modera i termini. Questa è una Fata dei Sussurri e delle Parole. È stata lei a farti portare qui e questo… è il suo studio».
«Una Fata! Finalmente si è degnata!» Zelda si produsse in un inchino farsesco e si sfilò il basco dalla testa, ma il basco non c’era e Bianca glielo porse: sformato, e la piuma era tutta a zig-zag. Zelda lo calcò lo stesso e rinnovò l’inchino alla Fata, non con meno sarcasmo.
Quella si staccò dalla porta. Si muoveva con leggerezza, senza far rumore, e per la verità non sembrava neppure che camminasse. Piuttosto, fluttuava, ma molto velocemente, e l’orlo della veste ondeggiava all’indietro. Si fermò e girò la testa senza volto verso le ospiti. Ci fu un attimo di silenzio e Zelda attese che la dolce voce della Fata tornasse a far risuonare il suo nome, come conveniva.
«Svenire in una banale Sfida in Rima tra principianti!» strillò invece quella agitando un pugno in aria. Zelda si raddrizzò di colpo per l’affronto. «Che razza di menestrello saresti tu? Ma dovevo sospettarlo, con tutta quella chincaglieria che ti porti appresso!»
«Chincaglieria? Non so di che parli, ma quale scortesia!»
La Fata scrollò una grande sacca rigonfia e la penna del basco di Zelda si intirizzì all’istante.
«La mia bisaccia! Ecco dove era finita tutta la mia…»
«La tua robaccia?»
«Non sono il tuo zimbello!» Zelda si puntò le mani ai fianchi e la penna sul basco si arcuò a punto interrogativo. «L’hai letta senza permesso? Non è bello!»
«E tu non vuoi che si legga la tua somma arte, menestrello?»
A quelle parole Zelda si fece rossa in volto, ma non riuscì a dir nulla: la Fata aveva risposto con ben due rime segnando la propria vittoria. Bianca la costrinse a rimettersi buona sullo sgabello e la Fata proseguì, più sommessa. «Già, ho letto le tue ballate. Dalla prima all’ultima.»
Zelda fece per interrompere, ma Bianca le tappò la bocca e parlò per lei. «Siamo venute a Exetera proprio per incontrarti. E per sottoporti… ciò che hai già letto per conto tuo, in effetti.» Strinse le labbra. «Quindi… che ne pensi?»
«Ché, non l’ho detto? Robaccia! Parole alla rinfusa senza capo né coda! Ridondanti, prolisse come poche e prive di qualunque struttura!» Per la foga che ci mise, quasi alla Fata si sollevò il velo. Mancò poco che anche Zelda si sollevasse: scalciando e smaniando, ma la presa di Bianca fu solida e la mano sulla bocca fu premuta con più forza. Zelda riuscì comunque a bofonchiare qualche acidità e la Fata strillò: «Prova a contraddirmi, se ne hai il fegato!».
Zelda si mise buona all’improvviso: quieta ma corrucciata. Era una di quelle parole a cui non si poteva controbattere se non barando.
La Fata si placò e borbottò: «Ammetto di averle lette tutte d’un fiato».
«Quindi c’è margine!» esultò Bianca, palesemente l’unica al quale l’onore non fosse ferito: da una parte, di lettore; dall’altra, di scrittore.
«Se c’è qualcuno che vi vuol pigliare.» La Fata scrollò le spalle e mollò la bisaccia a terra come se non le importasse delle sorti delle pergamene al suo interno.
«Ma siamo già qui! E sei stata tu a portarci nel tuo studio!» Era sempre Bianca a parlare, perché Zelda era ridotta all’impotenza. E soprattutto, al silenzio.
«Per puro spirito caritatevole.» La Fata veleggiò verso un tavolino e allestì con calma un piccolo ristoro: una teiera fumava dal beccuccio e un paio di tazze scintillavano, pulitissime, nel loro profilo argentato. Tornò indietro con il vassoio e Zelda bofonchiò all’indirizzo di Bianca.
«Solo se prometti di star zitta.» Sfilò la mano e Zelda aprì la bocca quel tanto che bastava per sorbire un po’ di tisana. Bianca fece altrettanto, poi Zelda lanciò un’occhiataccia alla Fata, che non si era servita.
«Non mi serve. Mi nutro di parole» rispose quella serrando le braccia al petto. Zelda si appoggiò due dita sugli occhi, poi le puntò verso la Fata.
«Di parole mi nutro, vivo ed esse cantano per me. Non mi servono certo gli occhi per leggerle.»
Zelda alzò un sopracciglio.
«D’accordo. Riesco a vedere attraverso il velo.»
Zelda fece un sorrisino di vittoria e sorseggiò un altro po’ di tisana, con tanto di risucchio. La Fata non le piaceva ed era chiaro che neppure lei piacesse alla Fata. Bianca sembrava più conciliante, quasi speranzosa, così Zelda tentò un approccio amichevole. Si schiarì la voce, ma al primo accenno di rima baciata la Fata le intimò di bere un altro sorso. Zelda eseguì e tossicchiò.
«Ecco, stavo per dire… oh, non mi vengono rime! Un’assonanza è già un gran risultato. Credo?» Alzò uno sguardo speranzoso verso la Fata, che si limitò a serrare le braccia più forte.
«A me, invece, questo strascico preoccupa: troppo prolungato per una semplice sfida tra studenti. Vuol dire che sei malleabile.»
«Ed è positivo?» esclamò Bianca anticipando Zelda.
«Non direi. Malleabile, nel senso di plasmabile. In altre parole, sei influenzabile. E questo non va bene.»
«A me non influenza proprio nessuno» borbottò Zelda stupendosi di non trovare parole in consonanza.
«Disse quella che fu spinta ad accettare una Sfida in Rima mentre la stava rifiutando.»
«Quindi mi osservavi!» Zelda agitò, trionfante, la tazza.
«Osservavo il tafferuglio» replicò la Fata senza intonazione. «Chiamala pure deformazione professionale. Ma in quanto docente di quest’università è mio preciso compito informarmi sui nuovi arrivi, soprattutto a inizio anno accademico.» Il velo si sollevò appena. «Comunque, osservavo il cavaliere. Tu sei stata un’improvvisata.»
«Quindi ti prenderai lui, come allievo. Non me.» Zelda nascose il disappunto dentro la tazza.
«E ti dà fastidio? Non mi sembrava mi trovassi troppo gradevole.»
«Però hai letto le mie ballate.» Zelda spinse un po’ di più il naso dentro la tazza, quasi volesse annegarci dentro.
«E le hai trovate accattivanti!» rincarò Bianca, ma la Fata gelò entrambe con un brusco cenno della mano.
«E questo ti basta?» chiese tornando su Zelda. «Dunque saresti disposta a cedere le tue creazioni a chiunque mostri un minimo di interesse?» Zelda rispose guardando da un’altra parte e la Fata rincarò. «Allora possiamo concludere in questo istante. Non mi interessa avere a che fare con una simile banderuola.»
Le diede le spalle e Zelda balzò in piedi. «Perché, avevamo iniziato?»
«Ci stavamo provando.» La Fata la guardò da dietro la spalla.
«Ma se hai passato il tempo a insultarmi!»
«E hai detto che stavi osservando quell’energumeno dalla lingua violenta!» rincarò Bianca.
«Questo non vuol dire che lo avrei accettato. O che lui avrebbe accettato me. E comunque non sarebbe certo un mio allievo.»
«Non un tuo… Io non sto capendo!» Zelda crollò di nuovo sullo sgabello, le mani tra i capelli e la tazza chissà dove.
«È molto semplice» iniziò la Fata voltandosi di nuovo, il velo puntato verso di lei. «Non hai capito per niente come funzioni un patto con una Fata dei Sussurri e delle Parole. Non è un vincolo, non è sudditanza, ma è una partecipazione: io voglio te e tu vuoi me, in un rapporto di fiducia. E mutuo rispetto. Una parola che a te sembra essere sconosciuta.» Aggiunse quest’ultima frase con tono secco e borbottò sottovoce: «Ma perché nessuno lo capisce?».
«Forse perché ti presenti come una ieratica, solenne figura della parola?» mormorò Bianca dietro a una mano, ma a voce abbastanza alta per essere sentita.
«Così è come mi dipingete voialtri» sbottò la Fata. «E come vi piace dipingermi: a me e alle Fate come me! Tutti presi dalle vostre reputazioni, eppure nessuno pensa alle nostre! Reputazioni, ambizioni. Desideri! Siamo solo strumenti, per voi, e uno vale l’altro. Basta una semplice iscrizione all’università! Come se foste gli unici alla ricerca della Canzone Segreta!»
«Tu conosci la Canzone Segreta?» Bianca arretrò con una mano al volto.
«Non solo la conosco, ma ne ho una! Come tutti! Solo che la mia non è manifesta, ma si esprime attraverso quelle altrui…»
«Ma se hai sputato sentenze finora!» Bianca si infervorò, ma Zelda la riportò con i piedi ben saldi a terra.
«Lascia perdere, Bianca. Ha ragione la Fata. Ora… ora ho capito.»
Non parlava da un po’ e non era per paura di qualche ricaduta della Sfida in Rima, né perché era stata annichilita dalle parole della Fata: stava ragionando, e così a fondo e con tanta calma come di rado, da quando era nella città dei Cento Profili, le capitava.
«Ora ho compreso le parole della Fata. E sono…» Assottigliò gli occhi, ma il tossicchiare secco della menzionata la costrinse a continuare. «Sono giuste. Ecco.» Si imbronciò, poi un uovo sentimento prese il sopravvento. «Siamo venute fin qua per trovare una Fata a tutti i costi e fosse quel che fosse, eppure quando una di loro mi ha preso con sé, mi sono infuriata per i suoi commenti alle mie opere e… e in realtà avevo iniziato già da prima. Mi sono accaldata.»
Alzò lo sguardo e da sotto il velo la Fata le parve un po’ più conciliante. «E io ho usato pessimi toni, lo ammetto. Ma era per metterti alla prova.»
«E io l’ho fallita. Ma se tu non avessi… sono stata boriosa» si corresse. «Eppure sono stata battuta in una semplice Sfida in Rima. E ho… abbiamo… ferito i tuoi sentimenti e la tua arte. Eppure mi hai ascoltata. E dunque…»
«Ora vorresti prostrarti ai miei piedi?»
«Niente affatto!» Zelda tirò su con il naso e prese un gran respiro. Poche volte nella sua vita da menestrello si era sentita così scornata, ma ciò che l’orgoglio le aveva bisbigliato fino a poco prima era ora sostituito da una nuova impellenza. «Fata dei Sussurri e delle Parole, io ascolto le tue critiche, le comprendo e muovo le mie obiezioni! Io sono il menestrello errante e io plasmo, da me, le mie canzoni. Queste sono le mie ballate e in altro modo… voglio che tu mi dimostri di esser degna di me!» Si alzò, tutta impettita, basco di nuovo in forma e piuma dritta, e Bianca la tirò per la manica.
«Zelda, non stai esagerando? Stai tornando tronfia come prima.»
«Per niente!» Si inginocchiò e la piuma di fagiano strusciò a terra da tanto lei piegò la testa. «Degna di me quanto io lo potrei essere di te. Vuoi tu, Fata, dimenticare i dissapori e tentare questa collaborazione?»
«Collaborazione? Insomma, di cosa parli, ora?» sbuffò Bianca.
«Invece era proprio ciò che volevo sentirmi dire.» La Fata, pur piccola com’era, si erse, maestosa, la tonaca si gonfiò, il velo ondeggiò svelando per un momento sottili labbra diafane. «Anche io voglio che tu, Zelda de’ Calamai, ti dimostri degna di me come io di te. E ti sprono a fare del tuo meglio. Per il bene della tua Canzone Segreta e della mia!» Si guardarono per un lungo lasso di tempo, inginocchiata l’una, imponente l’altra, poi le pose furono scambiate e infine entrambe si rialzarono.
Era un momento solenne, lo si avvertiva nella pesantezza dell’aria, nel perfetto silenzio che si era venuto a ricreare nello studio. La Fata fissava Zelda e Zelda fissava la Fata, entrambi imperturbabili, in attesa l’una della prima mossa dell’altra.
«Vabbè, allora, come mi vorresti pigliare?» La solennità si smorzò di colpo e la Fata riprese, di nuovo sbrigativa, a ripulire il vassoio come se niente fosse accaduto.
Zelda sorrise e accennò un assenso. «Sceglierò una ballata e te la sottoporrò, tu commenterai e io replicherò fino a quando non troveremo una forma che ci soddisfi entrambe. Suderemo sette camicie…»
«Attenzione! Cliché letterario!»
Zelda sbuffò. «Iniziamo bene. Faticheremo fino a quando non avremo trovato una soluzione che ci soddisfi entrambe e se ciò accadrà, questo suggellerà il nostro patto di fiducia!»
E fu così, con un fortissimo battere di mani di Bianca a sancire la tregua, che io e la Fata trovammo un accordo. Ciò avvenne dopo un giorno e una notte passati in trincea dietro i rispettivi scrittoi, la Fata a rettificare strafalcioni e io a correggere il tiro o replicare. E non solo lei, ma pure io segnai qualche punto a mio favore, devo dirlo.
In mezzo a tutta questa baraonda Bianca si dimenava da una parte all’altra rifornendoci di pergamene, intingendo inchiostro nei calamai, affilando le punte delle nostre penne. E al sorgere del sole la Fata crollò, esausta, sulla sedia, io sullo sgabello ma al primo bussare alla porta fui licenziata in fretta e furia: altri promettenti menestrelli richiedevano i servigi della Fata, che prendessi un po’ d’aria, io!
Quella mattina le lezioni dell’università di Exetera erano iniziate e la folla era meno festosa, più china su libri e rotoli di papiro. Affiancata a Bianca, insonnolita quanto me, stringevo al petto la mia nuova pergamena: stessa storia, ma parole più pungenti, versi più leggeri. La mia paura mi aveva portato alla superbia, la superbia era crollata di fronte all’umiltà. Solo mettendomi in gioco avrei fatto passi avanti verso la Canzone Segreta mentre la paura di osare mi aveva congelato in un ristagno borioso quanto vacuo. Avevo perso di vista il mio obiettivo: le mie ballate.
«Se devo dire la verità, questa volta ho temuto: già, prima, che quel cavaliere ti spiaccicasse, poi che lo facesse la Fata. O che ti spiaccicassi da sola, con la tua boria! Ma ammetto di essermi infervorata un po’ troppo anche io.» Bianca si strinse accanto a Zelda e le diede una bottarella, spalla contro spalla. «Quindi, ora hai calmato i tuoi bollori?» chiese. Avevano appena superato l’uscita dell’università lasciandosi dietro goliardi e cavalieri.
«Sì, direi di sì» rispose Zelda stringendo con affetto la pergamena.
«Meno male! Almeno non rischio che mi liquefacciano la soffitta! Essere tua seguace non è semplice, sai?»
«Lo so! Per esempio, sei costretta a saltare i pasti!»
«I pasti?»
Scoppiò un gran rombo di tuono e un altro si accodò. Solo che non arrivavano dal cielo, che era, invece, tersissimo, ma dalle loro pance a stento nutrite dalla tisana della Fata.
«A pancia piena, la giornata si risolleva» motteggiò Zelda, ma Bianca storse la bocca a quel detto raffazzonato. «Be’, direi che i postumi della Sfida in Rima sono stati smaltiti» ammise il menestrello con un’alzata di sopracciglia.
Risero e per quel giorno la Canzone Segreta avrebbe atteso una degna colazione.