«Presto. Più presto!»

La città era troppo estesa e troppo fitta per conoscerla tutta dopo poche settimane. Bianca aveva portato Zelda in un quartiere periferico, ma non per questo meno chiassoso. Non era niente che Zelda si aspettasse.

L’Università di Exetera era una città nella città con tanto di cancelli a fare da cinta muraria, ma nessuna guardia all’ingresso: mura solide, strade pavimentate, una miriade di edifici merlettati, dormitori, negozi e perfino un paio di osterie. Anzi, più di un paio.

Era l’inizio dell’anno accademico e la piazza era gremita di goliardi festosi. C’erano feluche di ogni tipo e i diversi colori di tuniche e farsetti segnalavano l’appartenenza a quella o a quell’altra facoltà. Le strade erano larghissime, ma comunque straripavano e in molti preferivano tagliare per le aiuole potate a regola d’arte. Non si vedevano fate in giro – né streghe né altri esseri leggendari, se era per quello –, ma gaudenti che tripudiavano sotto gli stendardi svolazzanti delle diverse accademie.

Possibile che la Fata dei Sussurri e delle Parole si trovasse in mezzo a tutto quel cicalecciare? Zelda si indispettì. Avrebbe consegnato le proprie ballate solo a chi ne fosse stato degno e di certo tra tutti quei chiacchieroni non c’era nessuno alla sua altezza. Era stata in subbuglio per giorni, quasi impaurita mentre con il suo solito entusiasmo Bianca elogiava l’illustre università di Exetera. Una semplice descrizione le faceva venire il capogiro e il solo sentir nominare uno di quei saggi eruditi le gelava le dita, tanto che per ore poi non poteva esercitarsi con il liuto né prendere la penna d’oca in mano.

Ora che era sul luogo, quel senso di impotenza stava dileguandosi. Al suo posto, un senso di stizza e una punta di repulsione.

«Che ti prende?» Lanciata in corsa, Bianca saltellò in avanti per il contraccolpo: Zelda era ferma, impalata in mezzo alla strada, e aveva lasciato la presa dell’amica. Rimaneva a testa bassa, i passanti a malapena si aprivano ad ala per scansarla, e con le mani aggrappate alla tracolla della bisaccia come se la folla dovesse strappargliela via da un momento all’altro.

«E se fosse un errore?» sussurrò.

Bianca si avvicinò in punta di piedi. «Che hai detto?»

«Niente.» Zelda staccò una mano e la sfregò sull’occhio. Si guardò intorno e tornò a fissare a terra. «È che forse non ne ho bisogno. Insomma…» Alzò la testa di scatto. «Io sono un menestrello. Di rinomata fama, in altri regni! Le mie ballate si recitano ovunque, perché dovrei sottometterle al giudizio di uno di questi… questi crapuloni!»

Gridò così alto da strozzarsi, ma Bianca si avvicinò un altro po’ e aggrottò la fronte. «Questa asprezza non è da te.»

Zelda guardò da un’altra parte, naso all’insù e a Bianca le sopracciglia si rialzarono di colpo. «Ho capito! Tu hai paura!»

«Io?» Zelda si sentì avvampare, la voce farsi stridula. «Proprio no! Figurati! Anzi, una paura ce l’ho: di non essere compresa. Che qua dentro non siano… non siano al mio livello, ecco!» Scaricò la bisaccia a terra. «E se andasse male? Se la Fata non potesse fare nulla per me e mi raggirasse? Peggio, se mi derubasse? Dei miei soldi, delle mie idee!» Esplose e prese un gran respiro.

Bianca la sfiorò e Zelda la fissò. Si sentiva gli occhi umidi e vedeva in quelli di Bianca il proprio riflesso, distorto e furioso. Era sul punto di crollare, Bianca stava per dire qualcosa quando d’improvvisò la terra tremò, il sole si oscurò e un’ombra imponente si stagliò su di loro. Ci fu una folata di vento, ma secca, quasi tagliente, e Zelda si scansò un attimo prima di venire affettata da uno spadone. Ebbe giusto il tempo di ripigliarsi la bisaccia.

«Poffare! Che, siamo in un assedio?»

Ci fu movimento nella folla, ma non di panico e delirio. Zelda era terrorizzata, ma la ressa si faceva intorno a lei, eccitata e tutta ilare. Ci fu un’altra ventata e questa volta lo spadone si conficcò nel terreno.

«Spostati da lì, sei nel mezzo di un duello!» gridò Bianca, spintonata da ogni parte.

«Direi che c’è proprio dentro, al duello!» esclamò qualcuno scoppiando poi in una risata fragorosa.

«Cosa significa che sono in mezzo al duello?» Zelda cercò di sgattaiolare, ma la ressa si era fatta a quadrato intorno a lei e la respinse nel centro. «Questo non era un luogo di lettere e cultura?» strepitò mentre lo spadone e chi lo brandiva andavano alla sua ricerca.

«Una cosa non esclude l’altra! Devi combattere!» Bianca fu sommersa dalla folla e Zelda non la vide più. I brutti pensieri scomparvero e una certa urgenza le solleticò sotto al bavero del farsetto: non più lontana stizza, ma una vicinissima sensazione di pericolo. Deglutì, si fece coraggio e si voltò verso l’avversario, che la stava aspettando.

Era inguainato in un’armatura scintillante ed era possente quanto un tronco di sequoia. La sua ombra era così lunga da far da gnomone per una meridiana e Zelda era certa che stesse segnando l’ora della sua morte. Il cavaliere fece un cenno e la folla rispose con un applauso entusiasta. Anche le Trombette, fino a quel momento quiete, presero a strillare tutte in coro richiamando sempre nuovi astanti.

«Io ti sfido a regolar tenzone» disse la voce del cavaliere, metallica dentro l’elmo.

«Ma tenzone di che!» strepitò Zelda, che dopo il primo momento impeto già ritentava la fuga.

«Una sfida di parole!» Per un attimo Bianca riemerse dalla folla, ma nell’istante in cui Zelda tentò di raggiungerla lo spadone le sbarrò la strada.

«Ma chi la vuole fare!» Si abbassò giusto in tempo per evitare un colpo di taglio e saltellò all’indietro con la bisaccia stretta al petto. Una metafora le rimbombò nelle orecchie.

«Lui per esempio» gridò la voce di Bianca, da qualche parte. A furia di saltellare e scansarsi, Zelda aveva perso l’orientamento e i tumulti della folla non l’aiutavano.

«Ma io no! Non ho tempo per questo pivello! Sto cercando una Fata degna delle mie ballate!»

La folla mormorò la propria disapprovazione.

«Non accetto la sfida! Capito? Nessuna tenzone! Nessuna tenzone… con questo fellone!» gridò lei a pieni polmoni e per un attimo la folla si raggelò, il cavaliere si rilassò, lo spadone immoto lungo il fianco.

Zelda tirò un sospiro di sollievo. «L’abbiamo capita, allora.»

«No, Zelda. Hai appena accettato la sfida. Una Sfida in Rima!»

«Sfida in… Rima? Come quella… di prima? Oh!»

Zelda fissò il cavaliere, ma era troppo tardi. In quel momento lo spadone si alzò di nuovo, velocissimo, e lei sentì i timpani fischiare. Mollò la presa sulla bisaccia e si premette le mani sulle orecchie, ma il fischio era diventata una voce nella sua testa.

Era dolce, melodiosa e le parole si legavano l’una all’altra con eleganza, al ritmo sostenuto di un sonetto. Poi si fece più acuta, il tono più aspro. Le parole divennero taglienti, le battute più veloci fino a ridursi a una sola scansione, due uniche sillabe, poi una. Una terzina le scintillò davanti agli occhi:

“Strofa di tre versi detta terzetto

Come metro a sé, detto terza rima

Si trova in madrigale e nel sonetto…”

«La so, la so. È facile… ce l’ho…»

Un gong e la testa di Zelda esplose in un fuoco d’artificio di assonanze e allitterazioni.

Si ritrovò a terra, rintronata da rime alternate e incrociate, la lingua legata. La folla continuava a strepitare, ma erano voci senza senso, un pastone di rumori e parole a casaccio che solo a tratti si rivelava quale esultanza per il vincitore. Il sole zampettava da est a ovest con qualche capatina al nord, le nuvole si sfilacciavano, si sdoppiavano, si riunivano.

Poi uno scalpiccio, un suono più netto degli altri, accompagnato da un richiamo.

«Zelda? Zelda…» La voce era sempre più lontana, proprio come la luce del giorno ora che il sole era tornato fisso, ma distante, distante…

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