5–8 minuti

No, non quella a tre pioli e neppure quella a chiocciola, ma ciò che ci hanno insegnato fin dalle elementari (spoiler, e che ho sempre detestato).

Parlo della scaletta del romanzo, quella paginetta – o più di una paginetta – che aiuta nella costruzione del testo vero e proprio. Uno strumento utile, utilissimo! A detta dei più, addirittura indispensabile.

Ma è davvero così? Secondo me, no. Sento alzarsi i cori di protesta. Ma fatemi spiegare.

Cos’è la scaletta? È la strutturazione della trama, che a sua volta è lo sviluppo dell’idea. In altre parole, la scaletta esemplifica come, dove, quando e perché (e chi, non dimentichiamoci del chi!) si sviluppa la storia. Detta in senso inverso: hai un’idea, da quella idea sviluppi la trama organizzando il materiale in una scaletta.

Possiamo immaginare la scaletta in modo poco… scalare: come una linea temporale su cui si innestano, uno dopo l’altro, gli episodi della trama.

Attenzione! Gli episodi non si susseguono necessariamente in ordine cronologico, ma questa è la coppia Fabula&Intreccio e non ne parlerò qui: non è che posso dire tutto in un unico articolo!

Perché è così importante? Offre molteplici vantaggi.

  • Chiarezza: hai tutto sotto controllo, sai già tutto, finale compreso. Questo ti dà l’opportunità ti approfondire fin da subito alcune dinamiche. Sai chi è il personaggio principale, no? Bene, come lo sviluppi? Come puoi addentrarti nella “ciccia” della scena che hai appuntato sulla scaletta? Sai che, prima o poi, ci sarà una sfida… anzi, sai che in quel punto ci sarà una sfida… e puoi pianificarla al meglio. Il tuo piccolo mondo cartaceo è nelle tue mani.
  • Velocità di modifica: avendo tutto sott’occhio, puoi agevolmente modificare, anticipare o posticipare un episodio (sì, ancora loro, Fabula&Intreccio) mantenendo la coerenza dell’insieme e individuando gli eventuali (orrore!) buchi di trama. E c’è un vantaggio aggiuntivo: se ti blocchi su un capitolo… puoi sempre saltarlo e procedere con quello successivo! Sì, ma poi ricordati di quello che hai lasciato indietro.
  • Revisione: perché capisci che quell’episodio proprio non ci sta, che il tuo volo pindarico degli ultimi giorni, settimane, mesi in quel punto non funziona, che sarebbe meglio se

Potresti ritrovarti a stravolgere parte del romanzo e ti assicuro: è un lavoro immane. Ma con la tua brava scaletta  puoi salvare gran parte del lavoro e chissà, magari mantenere qualche episodio (ricordi? Velocità di modifica) da rielaborare nella nuova stesura.

E ci sono moti altri vantaggi, te lo assicuro. Se non credi a me, puoi chiedere a figure molto più autorevoli della mia. Anzi, ecco che mi fulminano i professionisti del mondo editoriale, ma la scaletta ha anche alcuni svantaggi, spesso considerati minori o soggettivi. Eppure fanno la differenza.

In realtà, se ne reclama uno solo, la limitazione della creatività: hai tutto lì, hai già pianificato quel che deve accadere. Che altro devi fare? Be’, per esempio scrivere in maniera decente! A questo svantaggio o pseudo tale viene risposto che anche organizzare la scaletta è un processo creativo e fin dal momento in cui immagini la trama hai già fatto quel che la creatività richiede. E se proprio vuoi modificare qualcosa… velocità di modifica, revisione. Il discorso è circolare e termina così: la scaletta non ha reali svantaggi.

Invece, ha alcuni svantaggi non organizzarla. La storia si complica, eh?

  • Ispirazione che viene, ispirazione che va: senza scaletta sei in balia delle tue parole, che oggi scorrono in pagine torrenziali, domani saranno un deserto riarso quanto l’inchiostro della tua penna lasciata aperta nel momento di scoramento.
  • Il punto di riferimento: senza scaletta navighi a vista, non hai un obiettivo verso cui puntare e ogni intoppo è scoglio (ma non eravamo nel deserto?). Rischi di perdere l’ispirazione, vedi punto sopra, o di tornare indietro e leggere e rileggere fino all’esaurimento della pazienza… e non solo di quella.

Come evitare questi ostacoli? Semplice, organizzando la scaletta.

E allora cosa c’è di male nell’utilizzarla? Non c’è niente di male, ma non è detto che funzioni per tutti.

Io una scaletta non l’ho mai stesa. Anzi, l’ho fatto, ma non l’ho mai seguita. Per la precisione non sono mai riuscita a seguirla. Mi mette anche un po’ d’angoscia.

Ora, devo ammettere di essere una campionessa di occhiata languida fuori dalla finestra in attesa di ispirazione, ma ti assicuro che il blocco da “non so dove voglio andare a parare” è, nel mio caso, infinitamente meno atroce del blocco da “e mo’ seguo quel che ho organizzato ieri”. Il punto è che non ho mai avuto in mente una trama. Mai. Quel che mi balza in testa è un personaggio, quel personaggio compie un’azione in uno scenario e da lì, almeno per le prime cento pagine, è tutto un susseguirsi di azioni, dialoghi vicende ed entrate in scena a suon di caffè e tisane d’accompagnamento fino a quando arriva, nel medio gioco diciamo, il punto culminante. E qui, occhiate languide fuori dalla finestra. Almeno, fino all’idea illuminante. Dopo di che, stesure, stesure e ristesure.

È un lavoraccio, forse una perdita di tempo e risorse, ma non potrei fare altrimenti: devo vedere la scena nella mia testa, e se quel che ho scritto nella scaletta tempo prima non mi solletica più… niente da fare, per me è da depennare. E così capita che il baldo personaggio si rechi in quel preciso luogo, proprio come previsto, ma… che, non vuoi metterci un intoppo di mezzo? Un evento microscopico che porta l’azione da tutt’altra parte, la trama in un’altra direzione? E quel che era nato come il romanzo d’un amore immerso nel caldo agostano diventa un’avventura di mare alla ricerca dell’amor perduto.

E per dare ragione ai fautori della scaletta, molti miei romanzi si sono arenati poco dopo un incipit molto promettente. Eppure sono lì, nel cassetto, ad attendere di essere riesumati o riciclati. Per contro, i libri che hanno superato lo scoglio mi danno molta, molta soddisfazione: appagano la mia immaginazione ed esprimono tutto quello che avevo da dire in quel momento.

Vuoi un esempio? Circa quattro anni fa stavo finendo un romanzo per ragazzi di proporzioni immani (il libro, immane, non i ragazzi) e mi sollucheravo per la brutta fine del cattivone e la buona riuscita dei valorosi eroi quando lo stomaco iniziò a gorgogliare malcontento. C’era qualcosa che mancava, nonostante otto mesi di viaggio, e che i personaggi mi suggerivano con particolare insistenza. Cosa c’era ancora da dire? E così è sorto un nuovo incidente, sono nati altri due capitoli, e il pieno appagamento del mio stomaco. Non ci sarei arrivata se avessi seguito, da principio, una scaletta.

Morale della storia? La scaletta è superba, divina. No, abbasso i toni e affermo che la scaletta è uno strumento utilissimo per la progettazione delle storie, ma non per tutti. Prendere confidenza con la scaletta è un esercizio importantissimo, ma non indispensabile. E chi ti dice il contrario, mente e di solito lo fa attraverso imperativi e (sacrosanti ma) fuorvianti appelli alla narratologia e all’autorità, il che è, a mio avviso, anche giocare un po’ sporco.

La scrittura nasce anzitutto da un piacere e vincolarsi a una prassi o a uno strumento solo perché è giusto rischia di guastare questo piacere… ancora peggio di non vincolarcisi affatto.

Il mio consiglio spassionato è sempre uno, tentare: tentare con scaletta, senza scaletta, perfino le succitate scalette a pioli e a chiocciola. Esplorare e non fare tutto da soli, ma affidandosi (e fidandosi) di seri professionisti.

Per il resto, il giudizio ultimo sul nostro romanzo sarà dato dal pubblico, si spera. Scaletta o non scaletta.

Ps. Questo articolo è stato scritto senza l’ausilio della scaletta. Ho cancellato e riscritto alcuni paragrafi, lo ammetto, ma ho guardato fuori dalla finestra solo due volte. Pioveva.

Lascia un commento