Little, Big. O l’Assemblea delle Fate di John Crowley descritto in tre aggettivi: difficile, sorprendente, commovente.
Appena ho chiuso la copertina, il pensiero è stato: “L’ho finito? Non li rivedrò mai più?”. Subito dopo, una strana sensazione dietro lo sterno, come se qualcuno mi rosicchiasse le emozioni. Quindi, aggiungerei un quarto aggettivo: disturbante.
Little, Big è considerato un classico del fantasy contemporaneo per adulti. Uscito nel 1981 e vincitore l’anno successivo del World Fantasy Award, è presente negli scaffali italiani dal 2023, con un ritardo più che quarantennale, per la collana Fantastica di Mondadori e la traduzione di Donatella Rizzati.
L’esordio è presto dato: nel 19.. (ma è sospettabile che si parli dei primi anni ’80) il giovane Smoky Barnable si dirige a piedi a Edgewood per sposare Daily Alice Drinkwater. Da questo momento la vita di Smoky è legata a quella della sua nuova, misteriosa famiglia, il cui destino è intrecciato a quello del Mondo delle Fate.
Da qui in poi nel romanzo non c’è niente di semplice. Saga famigliare, fiaba dark, trattato filosofico, distopia e molto altro ancora, il modo “migliore” per tentare di comprenderlo è partire dal personaggio principale, insospettabile: la casa dei Drinkwater, simbolo stesso del libro.
“Alice diede un gran morso al panino (denti grandi) e lo guidò per mano lungo la facciata e, mentre passavano, l’edificio parve ripiegarsi come uno sfondo teatrale; ciò che prima era piatto divenne aggettante; quello che sporgeva venne incorporato; i pilastri si trasformarono in colonne e scomparvero. Come una di quelle immagini cangianti con cui giocano i bambini, dove un volto passa dal cipiglio al sorriso mentre lo si muove, la facciata posteriore si alterò e, quando i due raggiunsero il muro opposto e si girarono per guardarsi indietro, la casa era diventata un’allegra costruzione che faceva il verso allo stile Tudor…” PP. 53-54.
Sorge a Edgewood, tra boschi e campagne, ed è un’enorme casa che è tante case insieme, un’architettura che muta al mutare della prospettiva dell’osservatore. Il suo ideatore, John Drinkwater, l’ha costruita un secolo prima come culmine e prova di un’astrusa teoria teosofica che l’ha accompagnato per gran parte della vita: la compresenza di tanti Mondi, dal più piccolo al più grande, apparentemente nascosti gli uni agli altri e tuttavia raggiungibili, almeno per alcuni individui.
Tra questi individui vi sono, ovviamente, i Drinkwater, i quali hanno un legame particolare con il Mondo più piccolo, quello fatato appunto. Questo legame si esplica nella Fiaba: una narrazione “più ampia”, destinica, in cui ciascun componente della famiglia ha un ruolo senza sapere esattamente quale esso sia né quando e come la Fiaba si concluderà.
La narrazione di Little, Big si struttura come la casa: scatole cinesi che si aprono e chiudono, porte che si affacciano su altri episodi, corridoi che percorrono linee temporali differenti. Fingendo, per metafora, che l’arrivo di Smoky a Edgewood rappresenti la posa del primo mattone, la lunga, a tratti travagliata, storia d’amore tra lui e Alice rappresenta la costruzione dell’edificio mentre la narrazione a spirale di tutti gli altri episodi è l’apertura di ogni singola porta, il camminare lungo ciascun corridoio, la perdita di orientamento in quel labirinto di Mondi.
Questa narrazione non lineare si sviluppa lungo i sei Libri che formano il romanzo, ciascuno composto da capitoli e numerosissimi sotto capitoli. Pur convergendo nella Fiaba principale essi sono a loro volta Mondi a sé stanti: dal Primo, che parla del matrimonio tra Smoky e Alice, al Sesto, ove la Fiaba si conclude, Crowley prende tempo, dirama le storie proprio come fa uno dei personaggi, che, alla ricerca di un senso nella Fiaba, crea album con le foto di famiglia senza seguire l’ordine cronologico, ma un collegamento più profondo.
Ne deriva una scrittura ricca, talvolta di difficile comprensione e screziata da un gusto particolare per il realismo isterico caro a una parte della letteratura statunitense del Novecento. Le circonvoluzioni della trama e questo tipo di scrittura portano a lunghe digressioni e alla maniacalità di alcuni personaggi che, sebbene ottimamente gestite nei primi Libri, sul lungo periodo appesantiscono la lettura, esplodendo tra Quarto e Quinto. Di pari passo, la trama si gonfia enormemente fino a svuotarsi in un finale che non rende giustizia al crescendo dei Libri precedenti lasciando un senso di non finito, come un dislivello troppo poco marcato dopo una lunghissima salita sulle montagne russe.
Questa eccessiva pesantezza e il finale sottotono rappresentano (a titolo puramente personale) l’unico difetto di questo romanzo comunque magnifico e capace di stupire, meravigliare e che delinea personaggi portatori ciascuno di grandi tematiche: l’anonimo Smoky, spettatore della Fiaba, ma in un certo senso agente esterno necessario al suo sviluppo; Alice, che più di tutti sembra conoscere la Fiaba e porta il peso di questo destino; Sophie, la più connessa dei Drinkwater con il Mondo piccolo, che svolgerà il proprio ruolo attraverso il dolore della perdita. E Auberon, che accoglie nel nome stesso il potere della Fiaba. Questo, solo per citarne alcuni.
In conclusione, Little, Big è una lettura difficile, che richiede tempo e pazienza, ma che, superati gli appesantimenti di metà trama, appaga quasi del tutto il lettore e lo lascia con la sensazione di essere stato, almeno per un attimo, parte attiva della Fiaba dei Drinkwater, forse un Drinkwater egli stesso.

Little, Big. O, l’Assemblea delle Fate, JOHN CROWLEY
Fantastica, Mondadori, 2023. 612 pagine
VOTO: 4/5 