Zelda deglutì e si avvicinò di un passo stringendo il liuto tra le mani.

Aveva saputo che nella Città dei Cento Profili un menestrello doveva associarsi alla Gilda dei Cantori per vivere della propria arte. Tuttavia, da quelle parti nessuno conosceva la Canzone Segreta.

«Nuovo arrivo?» chiese senza tono il Gran Cantore dall’altra parte dello scrittoio.

«Per così dire.» Zelda balbettò e si guardò intorno. Mai era stata in una gilda più strana: nessuno cantava né intonava melodie, ma sedeva a un banco e fissava con intensità uno specchio luminoso che feriva gli occhi. In silenzio.

«Zelda de’ Calamai!»

Batté i tacchi e si mise sull’attenti, poi ricordò di suonare un lieve accordo minore. L’uomo la squadrò dall’alto.

«Il nome può andare. Ecco qui.» Le porse un attestato su uno specchio luminoso e Zelda si chiese se dovesse metterlo in bisaccia o se avrebbe bruciato le pergamene. «Quindi sai suonare?» proseguì il Gran Cantore.

«Così si dice.» Una riverenza.

«E cantare?»

Un altro accordo brillante.

«Quisquilie! Piuttosto, sai postare?»

«Io che, con la posta?» L’accordo si smorzò. «Io intono le mie storie! Attorno ai falò, nelle locande. Al chiaro di luna sul ponte di una nave…»

Il Gran Cantore la scrutò con aria commiserevole. «In questo regno le storie non si intonano. Si pubblicano! E se davvero vuoi essere ascoltata, dovrai affrontare il mostro più temibile di tutti.»

«U-un drago? Un cavaliere corazzato?» Zelda sentì le corde del liuto farsi più tese sotto alle dita.

Il Gran Cantore aggrottò la fronte. «Peggio, molto peggio. Il giudice di tutti noi, l’Eminenza che domina sulla Città dei Cento Profili.» Si guardò alle spalle e abbassò la voce, come se il solo nome potesse palesarlo. «Parlo del duca d’Algoritmo, nostro signore.»


In questo modo sono venuta a conoscenza del terribile padrone della Città dei Cento Profili. Bianca mi aveva avvisato: la Gilda dei Cantori non mi sarebbe piaciuta, troppo diversa da quelle del regno di Alta Melodia. Non avrei mai pensato, però, di trovarci un nemico di tale portata.

È un uomo alto quanto largo, vista acutissima e insaziabile voracità. Il suo nero mantello è ricamato da equazioni e simboli imperscrutabili ed egli si aggira per gilde e vie scandagliando, soppesando e calcolando di continuo. Non c’è azione che non passi per le sue sentenze, che il duca decreta con inappuntabile equità, ma un filo di spietatezza: basta un errore per passare dagli allori all’oblio.

Tutti i mecenati della Città si rivolgono a lui scegliendo dalla sua cerchia i cantori più promettenti. Se avrà successo, si esibirà nelle maggiori corti della città. In caso contrario… le segrete del duca non sono mai abbastanza piene.

Mi tremano le ginocchia e il liuto perde l’accordatura al solo pensiero, ma devo incontrarlo se voglio che promuova le mie ballate.


«Non così in fretta, sciocchina!» esclamò Bianca, tutta giuliva. «Non sei certo tu a dover andare dal duca, sarà lui a farti chiamare quando sarà il momento.»

«E mi farà, cosa?» protestò Zelda al suo ritorno dalla Gilda. Erano in soffitta e Bianca aveva addolcito il rientro con lenzuola pulite e una tisana fumante. «Mi assaggerà, rosicchierà, divorerà e infine mi risputerà in gattabuia? Ancora peggio! Sulla pubblica piazza, io e il mio liuto incatenati alla berlina! Come quel… quel menestrello di stamattina…» Sentì la catena stringersi intorno al collo, l’acido della verdura lanciata contro la sua vergogna.

«Questo, mia cara, dipenderà in gran parte da te. Ma sei in città da poco, il duca non ti ha ancora individuato. E ciò ci dà un po’ di tempo.» Sciolse, pensierosa, un poco di miele nella tisana. «Se vuoi che l’Algoritmo si accorga della tua presenza, e in bene, devi affilare le tue parole: dentro e fuori dalla Canzone Segreta.»

«Devo diventare una sua ruffiana» concluse Zelda, amareggiata e stanchissima perché tutto quel ciarlare le aveva fatto venir mal di testa.

«Esagerata! Te lo devi fare amico: piano piano e per vie traverse. Ma intanto pensiamo al dentro. E per questo devi studiare!»

«Studiare? Ma sono un menestrello accreditato!»

«Baggianate.» Senza perdere la sua proverbiale leggerezza, Bianca batté le mani e fece una piroetta. «Studiare e trovare alleati nello studio. Non vorrai andare in giro conciata così» aggiunse squadrando Zelda, che si sentì lievemente sotto esame. O forse aveva il farsetto macchiato d’inchiostro, ma non aveva resistito a buttar giù due versi sulla strada del ritorno, duca o non duca.

«Per prima cosa, devi trovare una fata» concluse Bianca. «Una Fata dei Sussurri e della Parola!»

«Una… fata? Ma proprio una fata vecchio… cioè, del mio stampo?» Zelda non ne aveva mai vista una, anche se sapeva della loro esistenza, almeno in qualche regno visitato. Ma sospettava che non si trattasse dello stesso tipo di esseri magici.

«Ti piacerebbe.» Annuendo con aria di supponenza, Bianca confermò: «Una fata. O un fato… ma questo è un nome terribile, non trovi?». Senza aspettare risposta (ma al momento Zelda era troppo confusa per porre domande sensate) continuò: «Devi recarti all’università di Exetera. Lì troverai libri in quantità, manuali e persone abili nell’arte della parola… di qualunque tipo di parola si tratti! E tra queste ultime, con un po’ di fortuna, potresti incontrare il favore di una Fata dei Sussurri e della Parola a cui vincolarti».

Guardò Zelda e il suo liuto un’ultima volta, con un sorrisino malizioso. «Sempre che tu sia ancora disposta a metterti in gioco. Tu sei disposta a metterti in gioco, Zelda? Sempre e comunque per il bene della Canzone Segreta?»

Ed è così che, pur con la minaccia del duca, ho suggellato il patto con la fata, che a volte definirei, piuttosto, una strega. Un incontro epico, ma non privo di ostacoli! Ma questa è un’altra storia. Anzi, è la prossima storia. E se vorrete seguirla, vi racconterò come ho proseguito il mio cammino verso la Canzone Segreta con l’aiuto di questo misterioso, implacabile essere che taluni chiamano, nella Città dei Cento Profili, editor.

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