Dopo giorni di marcia il bosco cessò di colpo. Zelda era in alto, molto in alto. Le punte dei calzari sfioravano il bordo sassoso di una rupe che, come il trampolino di un saltimbanco, si protendeva nel vuoto.

Il vento le sbatacchiò in faccia, le sformò il basco, intirizzì la piuma di fagiano appuntata con il fermaglio e le corde del liuto vibrarono senza armonia.

«Poffare, si è scordato di nuovo!»

Si lasciò cadere a cavalcioni della rupe, i piedi penzoloni. Scaricò a terra la bisaccia da viaggio e rotoli di pergamena e tavolette da scriba cozzarono al suo interno.

Il vento continuava a solleticare e stuzzicare, ma lei prestava attenzione solo alle delicate corde di budello e al loro leggero frinire.

Un capriccio di quella brezza, e sarebbe capitombolata nell’orrido vuoto, ma Zelda non se ne preoccupò: gli elementali dell’aria l’avevano condotta fin lì e sarebbe stato alquanto scortese da parte loro tradirla proprio in quel momento. E la vista mozzava il fiato.

La Città dei Cento Profili si estendeva nella vallata sotto di lei, a non più di mezza lega di distanza, ed era splendida come promesso: palazzi d’alabastro scintillanti alla luce del sole e torri campanarie fragorose dei rintocchi dei batacchi. Al ritmo dei colpi stormi di rondoni si alzavano in volo, cambiavano direzione, si disperdevano e tornavano in formazione. Più in basso le strade brulicavano: una folla compatta, o sfilacciata, si muoveva in una oppure tante direzioni, a velocità non regolare. Da lassù non se ne distinguevano i dettagli; invece, era un gran circolare confuso di macchie di colore che riempivano vie e piazze e si appollaiavano sui ponti come altri uccelli in cerca di ristoro. E sotto a quei ponti un fiume dal corso dolce scorreva, largo e placido, proprio come… come… le similitudini si sprecavano.

Zelda sognava quella città fin da quando aveva messo piede nel regno, settimane prima. Era accaduto che… no, non ricordava come ci fosse finita! Succedeva sempre così, nel suo vagabondare: sfilava da un luogo all’altro, di contrada in contrada, quasi senza accorgersene, un passo e via sotto a un nuovo cielo! Solo le pergamene nella bisaccia, gonfie dell’inchiostro versato, testimoniavano ogni avventura passata, ogni amico conosciuto. Le pergamene e il cuore di Zelda, ricolmo della devozione per la Canzone Segreta.

Canticchiava, mentre pizzicava a una a una le corde del liuto, assaporando le note quanto i ricordi, ma a quel pensiero sospirò e si portò una mano al petto. Ah, la Canzone Segreta!

Era la sua meta fin dal giorno del Regio Brevetto come menestrello errante di Alta Melodia. Trovarla era il suo giuramento, cantarla il suo scopo. Ed era l’unico modo per tornare a casa.

Sospirò di nuovo. Forse, dopo tanto peregrinare e tante peripezie, nella Città dei Cento Profili avrebbe infine ottenuto quel che cercava.

Girò una chiavetta del liuto un’ultima volta, gustò l’armonia di un accordo struggente e balzò in piedi, strumento di nuovo in spalla, bisaccia a tracolla e piuma ben dritta sul basco. Doveva trovare un modo per scendere in città!


E qui interrompo la storia perché le emozioni mi sopraffanno. Per arrivare in città, ci sono arrivata. Eccome! In questo preciso momento redigo le mie memorie seduta alla scrivania della soffitta che mi fa da alcova mentre là fuori la Città dei Cento Profili mormora e brulica come sempre: giorno e notte si sussurra, grida e gracida; le luci son sempre accese, le locande sempre piene! Gli araldi declamano, i mercanti propagandano e questo continuo guazzabuglio è a stento smorzato dal robusto vetro della mia unica finestrella, dagli spessi stracci ficcati tra i pertugi.

È un luogo incredibile, inimmaginabile, portentoso… quanto spaventoso! Mi ci sarei persa al primo giro di clessidra se non fosse stato per Bianca e Bianca è… oh, avrete modo di sentirne parlare! Un angelo, un vero angelo, nonché la prima persona incontrata in città, la mia guida e sostegno. Un incontro così rapido e salvifico è stato fortuito o voluto dal destino? In ogni caso, di certo rocambolesco.

Ma ecco, la sento canticchiare dall’altra parte della porta, così forse è venuto il momento di presentarvela e, insieme, descrivervi la città. Ed ecco come è avvenuto.

Ho appena messo piede in città e sono già stravolta, in pieno capogiro per tanto vedo, sento e odoro quando, nel mio stupore, frano letteralmente su una gentil donzella. Strillo io, strilla lei, e io finisco dritta a terra, nella mota, mentre lei – ben più avvezza – prima mi rimbalza contro, poi saltella in approdo asciutto e… ride! E questa è Bianca.

Lascia un commento